Cessione a 1.000 taka alla BEZA ha aperto la strada alla conversione del suolo in allevamenti di gamberetti.
Quasi 10.000 acri di foresta di mangrovie protetta sull’isola di Sonadia sono scomparsi, sostituiti da allevamenti di gamberetti nonostante lo status di area ecologicamente critica. Lo documenta un’inchiesta di TBS pubblicata lo scorso luglio. Nove anni fa, nel maggio 2017, la Bangladesh Economic Zones Authority prendeva possesso del terreno: quella stessa foresta era la barriera naturale che ha protetto per lungo tempo Sonadia e Maheshkhali da cicloni, mareggiate e onde del mare. Entro giugno 2026 era quasi completamente sparita.
La barriera ceduta per mille e una taka
Per capire che cosa si è perso, conviene partire dal dato amministrativo. Con l’obiettivo di realizzare un parco ecoturistico, il precedente governo della Awami League assegnò 9.466,93 acri di terreno forestale di Sonadia alla Bangladesh Economic Zones Authority per un pagamento simbolico di Tk1.001. Quel prezzo, poco più di mille taka, rende la cessione un trasferimento di fatto gratuito. Nel maggio 2017 BEZA prese formalmente possesso del terreno dalla Coastal Forest Division. Da quel momento la gestione forestale dell’area è stata subordinata a una logica di sviluppo economico.
La perdita non è soltanto contabile. La mangrovia era il margine fisico tra il mare e gli insediamenti di Sonadia e Maheshkhali: senza di essa, il rischio di gravi danni in un futuro grande ciclone diventa concreto. Non serve aspettare l’evento estremo per capire l’effetto di vuoto: la protezione che la foresta garantiva era il dato di partenza, non un accessorio.
L’occupazione che l’Alta Corte ha congelato
La risposta su che cosa sia accaduto a quella barriera non è nel degrado naturale. Secondo una ricostruzione di Prothom Alo, persone influenti hanno distrutto almeno 7.000 acri di terreno forestale sotto il controllo di BEZA nell’arco di quattro anni e vi hanno costruito allevamenti di gamberetti. La scala è coerente con i 9.466,93 acri assegnati e con la quasi totale scomparsa documentata da TBS a luglio 2026: non un lento declino, ma una conversione pianificata del suolo.
Il Dipartimento dell’Ambiente ha finora presentato due casi contro 53 presunti occupanti di terre per la distruzione della foresta di mangrovie di Sonadia, secondo Khandaker Mahmud Pasha, vice direttore dell’ufficio di Cox’s Bazar del dipartimento. Due casi e 53 nominativi danno la misura di una trasformazione avvenuta per iniziative coordinate, non per episodi isolati.
Il paradosso è giuridico. Lo scorso 2 marzo 2026 l’Alta Corte ha esteso l’ordine di protezione per ulteriori sei mesi, consentendo di fatto ai titolari di lease di continuare a occupare e usare il terreno. La protezione, estesa in un’area già quasi priva di mangrovie, congela l’occupazione invece di ripristinare la copertura vegetale: chi ha un lease può restare, mentre il rimboschimento non ha un calendario.
Il rimboschimento che non è mai iniziato
Senza la foresta, resta aperto il rischio di gravi danni in un futuro grande ciclone. Non è una questione di se, ma di quando: la prossima mareggiata troverà Sonadia senza la barriera che per lungo tempo ha protetto Sonadia e Maheshkhali da cicloni, mareggiate e onde del mare. La scomparsa delle mangrovie non è un incidente ambientale, ma l’esito di una cessione amministrativa e di un’ordinanza giudiziaria che hanno congelato lo status quo anziché fermarlo.




