Il 32% della soia UE nel 2020 era da aziende con deforestazione, ma i porti brasiliani non separano i flussi
Il 32% della soia importata dall’Unione europea dalle regioni brasiliane dell’Amazzonia e del Cerrado nel 2020 proveniva probabilmente da aziende dove la deforestazione non autorizzata era già avvenuta: lo documenta il rapporto sulla conformità legale della soia in Brasile pubblicato da Trase. A tre mesi dall’entrata in vigore dell’EUDR per i grandi operatori, fissata al 30 dicembre 2026, i porti brasiliani non sono ancora attrezzati per separare il grano ‘pulito’ da quello ‘sporco’.
Il regolamento sulla deforestazione dell’Unione europea è entrato in vigore nel 2023. La prima scadenza prevista era il 30 dicembre 2024; poi è arrivato il rinvio al 30 dicembre 2025 per i grandi operatori e al 30 giugno 2026 per le piccole e medie imprese, una risposta della Commissione europea alle preoccupazioni di Stati membri, paesi terzi e operatori di mercato, come riporta il Consiglio dell’Unione europea. Con l’ultima modifica adottata dal Parlamento europeo, i grandi operatori dovranno applicare il regolamento dal 30 dicembre 2026 e i piccoli dal 30 giugno 2027.
La resa dei conti: il paradosso del 32%
Il dato più scomodo non è il rinvio, ma quello che il rinvio nasconde. Già nel 2020, la ricerca di Trase trovava forti evidenze che circa il 16% — 3 milioni di ettari — della produzione di soia in Amazzonia e nel Cerrado avveniva su aziende agricole non conformi al Codice forestale brasiliano. Per un altro 74%, pari a 14 milioni di ettari, c’erano alcune evidenze di potenziale non conformità.
L’obiettivo dichiarato dell’Unione europea era semplice: importare solo soia conforme. La realtà dei numeri dice qualcosa di diverso. L’80% della soia coltivata su quei 3 milioni di ettari con forti evidenze di non conformità è stata esportata. La Cina ne ha ricevuto circa il 44%, l’Unione europea il 13%. Tradotto: una quota rilevante — il 32% dei 7,7 milioni di tonnellate importate dall’UE dall’Amazzonia e dal Cerrado brasiliano nel 2020 — probabilmente veniva da aziende dove la deforestazione non autorizzata era già avvenuta. Non si trattava di una quantità marginale: quasi un terzo del totale.
Se questi sono i numeri del 2020, con l’EUDR non ancora in vigore, la domanda è cosa succede adesso che le scadenze si avvicinano. Il regolamento promette di invertire la rotta, ma la base di partenza è già segnata: l’UE ha importato per anni soia senza poter distinguere il prodotto conforme da quello che non lo era.
La logistica che non c’è: porti, intermediari e dati mancanti
Il problema non è solo nei numeri del passato: è nelle infrastrutture che dovrebbero garantire il futuro. L’EUDR richiede una due diligence obbligatoria sulle importazioni di soia brasiliana, per impedire che entrino prodotti coltivati su terreni convertiti o deforestati dopo il 31 dicembre 2020. Chi importa deve dimostrare la conformità, risalendo fino al singolo appezzamento.
Ma chi dovrebbe fornire i dati? Né la rotta di Rio Grande né quella di Santos sono attrezzate per consegnare soia completamente segregata e conforme all’EUDR, come emerge dall’analisi sulle catene di approvvigionamento segregate di Proforest. A Rio Grande, in particolare, c’è un’alta prevalenza di piccoli agricoltori che vendono tramite intermediari e cooperative, rendendo difficoltoso ottenere dati sull’origine a livello di azienda agricola. Il paradosso è evidente: la norma chiede di risalire alla singola azienda agricola, ma la filiera non è in grado di fornire quel livello di dettaglio. La due diligence si scontra con una realtà fatta di intermediari che mescolano i carichi e di porti che non separano i flussi. Se i porti non riescono a segregare, chi pagherà il costo della non conformità?
La geografia del mercato: la Cina vince, l’Europa resta col cerino
E intanto la geografia del mercato rende tutto più complicato. La Cina, non soggetta all’EUDR, è il maggiore acquirente di soia brasiliana, mentre l’UE è un mercato minoritario. Il regolamento, che riguarda circa 350 prodotti — tra cui sette materie prime agricole e i loro derivati — potrebbe interessare circa il 30% delle esportazioni totali del Brasile verso l’UE, secondo la Confederazione brasiliana dell’agricoltura e dell’allevamento (CNA). Se i produttori non conformi possono vendere altrove senza vincoli, l’EUDR rischia di premiare chi non chiede nulla e di lasciare all’Europa il peso della regola. A tre mesi dalla scadenza per i grandi operatori, l’UE deve decidere se essere davvero un mercato che premia la deforestazione zero o solo un mercato che la delega altrove.




