Un processo di desalinizzazione redox elettrochimico rimuove e ricicla fino al 99% del sale in eccesso dal siero salato
Nel siero di latte non è il lattosio a fare da ostacolo: è il sale. Convertire il siero in bioetanolo è una strada nota da anni, ma il siero salato dei formaggi a pasta dura è rimasto a lungo quasi inutilizzabile. A cambiare il quadro è un processo di desalinizzazione redox elettrochimico, il primo utilizzato nell’industria alimentare, che rimuove e ricicla fino al 99% del sale in eccesso e recupera oltre il 98% del contenuto proteico. Lo scorso agosto, secondo l’annuncio di Heriot-Watt University, Take Root Bio ha lavorato con l’International Centre for Brewing and Distilling (ICBD) per trasformare il siero salato in bioetanolo.
Il sale, non lo zucchero
Il siero di latte è un sottoprodotto ricco di lattosio ed economico, disponibile in quantità elevate e stabili a livello mondiale. La sua conversione in bioetanolo è un campo di ricerca consolidato, non un concetto nuovo. Quel che ha bloccato a lungo l’uso del siero salato è proprio l’alto contenuto di sale, che lo rende uno dei sottoprodotti più inquinanti dell’industria di trasformazione alimentare. Nel Regno Unito si generano circa 95.000 tonnellate di siero salato all’anno dalla produzione di cheddar e formaggi simili, un volume che oggi pesa soprattutto come costo di smaltimento.
Il processo di desalinizzazione redox elettrochimico cambia i termini del problema: rimuove e ricicla fino al 99% del sale in eccesso e raffina contemporaneamente oltre il 98% del contenuto proteico. È in questo scenario che si inserisce il progetto annunciato lo scorso agosto: Take Root Bio ha collaborato con l’ICBD di Heriot-Watt per convertire il siero salato in bioetanolo, con il sostegno dell’Industrial Biotechnology Innovation Centre (IBioIC), che ha messo in contatto le due organizzazioni attraverso la sua rete industriale. Heriot-Watt, del resto, insegna e fa ricerca nella produzione di birra e distillazione fin dal 1903. Una lunga esperienza che rende l’ICBD un partner naturale per un progetto che unisce fermentazione e valorizzazione dei sottoprodotti.
Un sottoprodotto che diventa conteso
La domanda sulla concorrenza non è retorica: il siero non è un rifiuto abbondante in attesa di una soluzione, ma una risorsa già contesa. Secondo quanto riportato da Dairy Reporter, gli scienziati hanno scoperto un nuovo metodo per trasformare il siero di latte in bioetanolo, ma il siero è già una merce scarsa e preziosa: aggiungere il bioetanolo come nuovo uso potrebbe intensificare la concorrenza per le forniture limitate. Il paradosso è evidente: fino a ieri uno scarto salato da smaltire, oggi una risorsa per cui competere.
Se il siero salato diventa un feedstock prezioso, la competizione per una risorsa già limitata non potrà che crescere. Un nuovo sbocco non crea nuova materia prima: la rende solo più contesa. Per chi gestisce questi flussi, il calcolo non è più solo ambientale: ogni tonnellata di siero assume un valore che prima non aveva. Il prossimo passo dichiarato da Take Root Bio e Heriot-Watt va in questa direzione: indagare se tecniche simili possano essere applicate ad altri sottoprodotti alimentari e agricoli, inclusi gli scarti della lavorazione di frutta e verdura. Se il metodo funzionerà anche su queste matrici,
la platea dei sottoprodotti contendibili si allargherà ulteriormente.
Il biogas è già in campo
La competizione non è solo teorica. Nel North Yorkshire, l’impianto Leeming Biogas di Iona processerà il siero permeato prodotto durante la lavorazione del formaggio Yorkshire Wensleydale, trasformandolo in quasi un milione di metri cubi di gas verde. La digestione anaerobica produrrà 10.000 MWh di energia termica, sufficiente a riscaldare 800 case all’anno.
Per chi gestisce il siero salato, la domanda non è più come smaltirlo, ma come valorizzarlo: bioetanolo, biogas o altri usi. La scelta tra le diverse destinazioni diventa strategica: il sale non è più un vincolo, ma una leva di processo.




