Dieci milioni di ettari di bosco senza gestione: il vuoto normativo lascia l’isola indifesa.
Lo scorso 22 luglio, mentre un vigile del fuoco moriva a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, e oltre cento persone venivano sgomberate a Santo Stefano Quisquina, nell’Agrigentino, l’Italia continuava a ignorare i suoi dieci milioni di ettari di bosco non pianificati. Non è stato un incidente isolato, né un anno eccezionale: è l’esito prevedibile di un territorio lasciato senza gestione. Il bollettino dell’emergenza incendi in Sicilia di quest’estate si è chiuso con la richiesta di far intervenire l’esercito. Sei settimane dopo, quel conto è ancora aperto.
49 gradi, un morto, un Canadair giù: il bollettino dell’estate
A rendere quei giorni ingestibili c’è stata un’ondata di caldo con temperature arrivate fino a 49 gradi a Palermo e nelle aree interne dell’Isola. E non è la prima volta. Già nell’ottobre 2022, un Canadair dei Vigili del Fuoco precipitava mentre caricava l’acqua alle pendici dell’Etna, nel territorio di Linguaglossa, in provincia di Catania, con due piloti a bordo all’epoca dati per dispersi. Già nel luglio 2023, la Protezione civile rilevava 43 incendi su tutta l’isola, con picchi record di 47,6 gradi a Priolo e 46,4 a Palermo. Tra il 2022, il 2023 e il 2026 cambiano le date, non la dinamica. Perché, ogni anno, la stessa emergenza, le stesse richieste d’aiuto, lo stesso conto da pagare?
L’incendio che non si spegne: 2 ettari pianificati su 12
La risposta non sta nei cieli, ma nei numeri. Secondo il presidente dell’Uncem Marco Bussone, l’Italia ha solo 2 milioni di ettari di bosco pianificati su 12 milioni totali — e nemmeno tutti gestiti. Il termine conta: pianificato non significa curato, significa semplicemente mappato. Degli altri dieci milioni non esiste nemmeno una traccia utile per intervenire prima che il danno si materializzi. «Non abbiamo traccia, sono spariti dai radar 10 milioni di ettari di Italia, dei quali ci accorgiamo se e quando bruciano o franano, o implodono, o crollano», ha spiegato lo scorso luglio. Dieci milioni di ettari: è l’area di foresta italiana fuori pianificazione che si materializza solo quando diventa cronaca. Le Regioni, aggiunge Bussone, non adeguano la legislazione regionale — che definisce «vecchissima» — e spendono poco o niente in pianificazione forestale. Tra l’annuncio e l’attuazione, insomma, c’è di mezzo un vuoto normativo e finanziario. Con quali risorse e con che tempi si chiude un buco del genere? Non lo dice nessuno, e questo è il dato politico più pesante.
Il guasto non emerge solo quando arrivano le fiamme. Già a metà giugno, nel suo report annuale, Legambiente contava 469 roghi registrati in Italia, con un aumento del 36,3% rispetto ai 344 dello stesso periodo del 2025: 125 incendi in più prima ancora che l’estate entrasse nel vivo. In fumo sono andati 9.545 ettari andati in fumo, pari a 13.368 campi da calcio. Cifre pubbliche, ripetute da anni, che descrivono un territorio di cui lo Stato si accorge solo quando è già emergenza. Se i numeri sono noti, perché le Regioni non li hanno mai affrontati? Per Bussone la spiegazione è semplice: le Regioni si ricordano di boschi e foreste solo con gli incendi. E quando le fiamme arrivano, la pianificazione è già in ritardo di anni.
In Sicilia la conseguenza è quantificabile in turni, mezzi e vite. Il prossimo incendio, con dieci milioni di ettari fuori da ogni piano, troverà lo stesso territorio indifeso dell’ultimo. Non è una previsione: è la fotografia di ciò che è già accaduto nel 2022, nel 2023 e nel luglio di quest’anno.
Esercito, turni raddoppiati e la domanda che resta
Mentre i numeri raccontano un fallimento annunciato, la reazione resta emergenziale. Legambiente Sicilia ha chiesto l’intervento straordinario dell’esercito per contrastare gli incendi. Tutti i comandi dei vigili del fuoco dell’isola operano con il raddoppio dei turni di servizio, e dal 18 luglio sono stati effettuati oltre 1.400 interventi in tutta la regione. Il corpo forestale e la Protezione civile restano in prima linea. Le risorse mobilitate sono reali: turni raddoppiati, centinaia di interventi, mezzi aerei. Ma sono la risposta a un’emergenza, non un piano. E una risposta a posteriori costa di più, in denaro e in vite.
Servirà ancora l’esercito il prossimo luglio, o basterà pianificare quei dieci milioni di ettari che oggi sono spariti dai radar? La risposta non può venire dai bollettini, che a ogni ondata di caldo si riscrivono uguali. Finché i boschi resteranno senza piano, ogni estate sarà un bollettino di guerra. Non c’è morale consolatoria: c’è solo un conto che continua a salire.




