Lo scorso 15 marzo, il 17% dei sensori di neve dell’Ovest americano e un pixel su cinque del dataset ERA5-Land hanno registrato il minimo assoluto di equivalente in acqua della neve (SWE) dal 1987. Non è un’anomalia da sensore guasto: è la firma di un regime idrologico che sta cambiando, quantificata in uno studio pubblicato su PNAS il 22 luglio scorso. I numeri dell’attribuzione sono diretti: una siccità da neve di questa gravità è stata circa 4,4 volte più probabile nel clima attuale rispetto al periodo preindustriale, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 2,6 e 9,4.
La firma del 15 marzo
Per capire perché questo studio pesa, servono i numeri di partenza. Al 1° febbraio 2026, Oregon, Colorado e Utah hanno riportato i livelli di manto nevoso più bassi mai registrati dall’inizio della raccolta continua dei dati nei primi anni Ottanta. Le condizioni di gennaio caldo e secco e gli eventi di pioggia su neve a febbraio hanno fuso gran parte della neve accumulata in precedenza, portando a una siccità di neve calda in gran parte dell’Ovest. Secondo il quadro emerso dallo studio PNAS, l’evento è caratterizzato da temperature anormalmente alte con precipitazioni da moderatamente secche a nella media. Nel bacino superiore del fiume Colorado, la probabilità di un evento di questa portata è aumentata di circa 14 volte rispetto al periodo preindustriale, con un intervallo di confidenza amplissimo — da 0,09 a 4.300. Il riscaldamento causato dall’uomo ha aumentato sostanzialmente la probabilità dell’evento, in particolare nelle sorgenti del fiume Colorado che alimentano comunità, agricoltura e industria dell’Ovest.
Ma quanto di questo record è colpa nostra? Il confronto con il clima preindustriale riserva una sorpresa.
Il paradosso dei 40 km³
La domanda diventa: quanto è artificiale questo record? Per rispondere, i ricercatori hanno usato l’insieme di simulazioni CESM2-LE, confrontando il clima attuale con un clima preindustriale. Il risultato è un paradosso idrologico: lo stesso pattern meteorologico avrebbe prodotto circa 40 chilometri cubi in più di neve in un clima preindustriale. È la differenza tra quello che l’atmosfera ha effettivamente immagazzinato come manto nevoso durante l’evento del 2026 e quello che avrebbe immagazzinato in condizioni preindustriali. Per dare una scala: quel volume supera la capacità di stoccaggio del lago Mead, il più grande serbatoio degli Stati Uniti.
Se il sistema è già 40 km³ sotto il suo potenziale preindustriale, la domanda per chi gestisce i serbatoi è: con quale frequenza dovremo conviverci?
Ogni tre anni, nove volte su dieci
Il paradosso diventa vincolo operativo quando si guarda alle riserve già in sofferenza. La siccità a lungo termine ha ridotto lo stoccaggio del sistema del fiume Colorado a circa il 36% della capacità, secondo il Bureau of Reclamation. E la combinazione del manto nevoso più basso mai registrato con il caldo record di marzo ha ulteriormente intensificato le condizioni di siccità nel bacino. Non serve un nuovo allarme: serve aggiornare le tabelle di probabilità con cui si progettano serbatoi, impianti e contratti di fornitura. Chi dimensiona un’infrastruttura sull’evento cinquantennale o centennale deve tornare a fare i conti con le nuove curve di frequenza, non con la memoria del passato recente.
Le proiezioni dello studio sono il dato da portare nei tavoli di pianificazione. Se il pianeta continua a riscaldarsi al ritmo attuale, una siccità da neve grave e diffusa come quella dell’inverno scorso potrebbe verificarsi ogni tre anni entro il 2050 e nove anni su dieci entro la fine del secolo, secondo il team di ricercatori di Montana, Wyoming e Colorado. In termini di probabilità formali riferite al bacino superiore del fiume Colorado: la probabilità di un evento simile sale al 32% [24,40] entro gli anni 2050 e all’87% [82,92] entro gli anni 2090. Detto altrimenti, una siccità da neve come quella osservata nel 2026 sarebbe molto più comune che rara entro fine secolo. Non è una previsione da scenario apocalittico: è l’effetto combinato del riscaldamento già registrato e di un percorso emissivo in continuità con quello attuale.
Resta da decidere se i piani di gestione idrica sono pronti a trattare l’eccezione come normalità. La siccità da neve del 2026 non va letta come un incidente meteorologico: è un benchmark di probabilità. Chi progetta serbatoi, impianti e contratti di fornitura deve smettere di usare il passato come assicurazione e iniziare a pianificare su un regime in cui l’eccezione è la nuova media.




