Il primo gruppo di formatori senior dovrà ora accompagnare la conversione di circa 51 ettari di foreste degradate
Due mesi fa, dal 15 al 17 luglio, la Serbia ha chiuso il primo training of trainers nazionale sulla silvicoltura climate-adaptive. Il risultato è un numero piccolo e concreto: tredici professionisti forestali hanno completato il programma, diventando il primo gruppo di formatori senior in silvicoltura climate-adaptive del paese. A loro spetta ora accompagnare la conversione di circa 51.000 ettari di foreste degradate: un rapporto di uno a quasi quattromila ettari. La tensione è tutta qui, ed è la stessa che attraversa il progetto FOREST Invest, un’iniziativa settennale finanziata dal Green Climate Fund con il cofinanziamento del Governo serbo, delle imprese forestali Srbijašume e Vojvodinašume e della FAO.
Il paradosso dei 13
Il training di luglio non va letto come un traguardo. È l’innesco di un meccanismo: il programma di tre giorni ha riunito esperti di istituti di ricerca, governo e imprese forestali pubbliche. Quei tredici formatori non dovranno piantare da soli 51.000 ettari, ma costruire capacità diffuse sul territorio, in un paese che negli ultimi quattro decenni ha visto il cambiamento climatico colpire con forza le proprie foreste: siccità, temperature più alte, eventi meteorologici estremi, incendi, epidemie di parassiti e malattie. Secondo il Green Climate Fund, la Serbia è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici della regione balcanica.
Per chi segue le politiche di transizione, il rischio è noto: annunciare un numero di formatori senza chiedersi quale leva reale possano muovere. La vera posta in gioco non è la formazione in sé. Sono le tonnellate di CO2 evitate e i milioni di persone che, stando ai documenti del progetto, dovrebbero beneficiarne.
La montagna dei numeri
Dietro i tredici formatori ci sono cifre che raccontano una scommessa nazionale. FAO e Governo della Serbia hanno sviluppato un progetto del Green Climate Fund con investimenti del valore di 85 milioni di dollari. Non è una partnership nuova: FAO e Green Climate Fund collaborano dal 2016 per ampliare gli investimenti climatici in progetti ad alto impatto. Il progetto prevede circa 7.000 ettari di riforestazione con specie arboree resilienti al clima, la conversione di circa 51.000 ettari di foreste degradate in boschi di alto fusto e, sul fronte agroforestale, circa 1.000 ettari di piantagioni, con almeno 500 ettari di terreni agricoli privati abbandonati da recuperare. L’obiettivo dichiarato è migliorare i mezzi di sussistenza e la sicurezza energetica di 3,6 milioni di persone attraverso una gestione forestale sostenibile e resiliente al clima. Con l’attuazione di queste misure, si prevede una riduzione delle emissioni di gas serra di 8,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
È qui che i numeri cominciano a fare attrito con la realtà. La copertura forestale in Serbia si sta degradando a causa del taglio non sostenibile del legname, della forte dipendenza dalle foreste per l’energia, dello spopolamento rurale e della mancanza di capitale finanziario e conoscitivo dei proprietari terrieri. Un progetto che promette 51.000 ettari di conversione e 3,6 milioni di beneficiari si muove in un contesto che ha eroso per decenni proprio quelle capacità — finanziarie e conoscitive — su cui la realizzazione dovrebbe poggiare. Resta da capire se questo sforzo si limiterà ai confini serbi o diventerà un tassello di un disegno più ampio.
L’anello balcanico
Il progetto serbo non nasce nel vuoto. È parte di un piano regionale: a febbraio di quest’anno è stato presentato il Western Balkans Six Forest Landscape Restoration Plan, pensato come piattaforma strategica per guidare il ripristino coordinato delle foreste degradate in sei economie dei Balcani occidentali. Una delle azioni più ambiziose, la Action 39, punta proprio a sviluppare e attuare quel piano. La domanda è semplice: riusciranno i sei paesi a trasformare i piani in ettari effettivamente ripristinati? La risposta arriverà solo quando i numeri saranno verificabili sul terreno.
Per i tredici formatori inizia ora il lavoro più difficile: trasformare 85 milioni di dollari e migliaia di ettari in competenze diffuse sul territorio. La domanda che resta è se il resto della regione seguirà o se il piano balcanico resterà sulla carta.




