Il trattamento riduce del 95% i rifiuti radioattivi, ma le ceneri tornano a Casaccia in attesa del Deposito Nazionale
Diciotto metri cubi sistemati in quattro container certificati e conformi agli standard ISO, caricati su due mezzi stradali: lo scorso 21 luglio è partito il primo dei 30 trasporti previsti dai depositi Nucleco di Casaccia, alle porte di Roma, verso l’impianto della Tradebe Inutec Inc nel Regno Unito. Destinazione: il trattamento termico mediante incenerimento di rifiuti radioattivi a bassa e molto bassa attività. Non è una notizia da prima pagina. Ma il dato che conta è un altro: secondo il Gruppo Sogin, il trattamento consentirà di ridurre il volume di questi rifiuti di circa il 95%.
Il 95% non è un numero qualunque
Per capire perché convenga spostare circa 230 metri cubi di rifiuti attraverso l’Europa, bisogna partire dal dato tecnico. L’incenerimento non elimina la radioattività: la concentra. Ridurre il volume del 95% significa trasformare ciò che oggi occupa spazio nei depositi in una frazione molto più piccola, più semplice da condizionare e da tenere sotto controllo. La scelta di Winfrith non è casuale: Tradebe Inutec gestisce a Winfrith un sito con licenza nucleare completa, in grado di trattare flussi di rifiuti radioattivi che altri impianti non possono gestire, e supporta l’industria nucleare britannica da oltre 35 anni.
Sotto il controllo delle Autorità competenti, i primi 18 metri cubi sono stati allontanati su due mezzi stradali, come riferisce il Gruppo Sogin. Se il rendimento promesso si confermerà, dei 230 metri cubi complessivi resterà ben poco da gestire. Ma è qui che il dato tecnico incontra un vincolo che la riduzione volumetrica non risolve.
Il paradosso del trattamento: bruciamo altrove, stocchiamo in casa
La risposta è nelle ceneri. Il programma prevede il successivo rientro in Nucleco di circa 11 metri cubi di ceneri, che saranno trattate, condizionate e stoccate in sicurezza nei depositi temporanei di Casaccia, in attesa del futuro conferimento al Deposito Nazionale, una volta disponibile. In altre parole: il volume si riduce del 95%, ma la frazione che resta torna in Italia e resta parcheggiata lì dov’era partita.
Il paradosso non è nuovo. I primi accordi per portare le scorie all’estero risalgono ai primi anni Duemila, quando l’Italia inviò circa 5.500 metri cubi a Sellafield, nel Regno Unito, e all’impianto Eurochemic in Belgio. E non è nuovo nemmeno lo spostamento interno: si sono concluse le operazioni di trasferimento degli ultimi 141 fusti — parte degli oltre 16.600 contenitori di rifiuti radioattivi — dal deposito Cemerad di Statte, in provincia di Taranto, agli impianti della Casaccia. Il quadro è quello di una logistica che funziona a magazzini intermedi: si riduce, si sposta, si condiziona, si aspetta.
Il deposito che non c’è: 2039 o 2041
Il problema, a questo punto, non è il trattamento ma la destinazione finale. Il deposito nazionale per le scorie radioattive, di cui si parla da vent’anni, non è ancora stato costruito e non lo sarà almeno fino al 2039: lo notava già ad aprile Il Post. Sul calendario, peraltro, le date non coincidono: per il governo, che rivendica la volontà di riaprire le centrali nucleari in Italia, la data è il 2039; per l’Arera il 2041. Due anni di scarto che, su un’infrastruttura attesa da decenni, non sono un dettaglio.
Senza quel deposito, anche i piani del governo per tornare a sfruttare l’energia nucleare diventano più complicati. Il punto tocca direttamente la promessa del nuovo nucleare: si può discutere di reattori, di tempi di costruzione e di costi di generazione, ma ogni tonnellata di combustibile esaurito dovrà prima o poi trovare una sede finale. Finché manca, i depositi temporanei come la Casaccia restano l’unica risposta, e l’incenerimento a Winfrith, per quanto efficace, è un passaggio intermedio, non una destinazione finale.
Per chi progetta o gestisce impianti energetici, il vincolo non è la chimica del reattore ma il fine vita del combustibile. Il carico partito lo scorso luglio dimostra che la riduzione volumetrica sa essere un alleato concreto — 230 metri cubi che diventano 11 — ma quelle ceneri torneranno comunque in Italia ad attendere. Finché il Deposito Nazionale continuerà a slittare tra il 2039 del governo e il 2041 dell’Arera, ogni nuovo megawatt nucleare promesso resta subordinato a un’infrastruttura che non è ancora stata costruita.




