In Sierra Leone il 95% degli esemplari arrivati al Tacugama è stato sequestrato a trafficanti o proprietari illegali
Dei circa 123 scimpanzé che lo scorso giugno popolavano i recinti del Tacugama Chimpanzee Sanctuary, l’unica struttura della Sierra Leone dedicata al recupero di questi primati, 117 — il 95 per cento — sono arrivati con una storia identica: catene, salotti privati, gabbie improvvisate in cortili urbani. Non è una stima, ma il bilancio reale di trent’anni di confische e segnalazioni. A fornire la cifra è Willie Tucker, responsabile della struttura: ogni ingresso al santuario è un animale sottratto a una detenzione illegale. Il dato dice due cose insieme: che il commercio di scimpanzé vivi è un’industria sommersa tutt’altro che marginale, e che Tacugama opera ormai come un pronto soccorso per una specie in caduta libera.
Il santuario come ultima spiaggia
Il santuario è stato fondato nell’ottobre 1995 dal conservazionista Bala Amarasekaran e da sua moglie Sharmila, in un momento in cui la Sierra Leone usciva dalla guerra civile e il bracconaggio sugli scimpanzé occidentali non trovava alcun argine istituzionale. Oggi la struttura ospita appunto circa 123 esemplari, quasi tutti sequestrati — il dato è sempre il 95 per cento — da abitazioni private, allevatori clandestini o trafficanti che li vendevano come animali da compagnia. La capacità ricettiva è stata ampliata più volte, ma il flusso in ingresso non accenna a rallentare.
Nel 2019 lo scimpanzé è stato designato animale nazionale della Sierra Leone durante una visita ufficiale di Jane Goodall, e il santuario — già membro della Pan African Sanctuary Alliance — è stato determinante per ottenere quel riconoscimento formale. La designazione ha un valore giuridico concreto: innalza le pene per chi cattura, detiene o commercia esemplari e assegna alle forze di polizia un mandato esplicito di contrasto. Ma il numero di ingressi a Tacugama non è calato dopo il 2019. Anzi. Per capire perché bisogna uscire dai recinti e guardare cosa succede nella foresta.
La forbice che stringe la specie
Tra il 1990 e il 2014, la popolazione complessiva dello scimpanzé occidentale è diminuita del 6 per cento all’anno: un’erosione costante che ha prodotto un calo totale dell’80,2 per cento in 24 anni, secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Primatology. Numeri che hanno portato la IUCN a classificare la sottospecie come in pericolo critico. Non esistono segnali di inversione di tendenza, e le proiezioni più prudenti indicano che senza un intervento radicale sulla riduzione della pressione venatoria e sulla perdita di habitat la traiettoria continuerà a essere negativa anche nel prossimo decennio.
In Sierra Leone la situazione ha contorni precisi. Già nel 2010, un censimento condotto dal santuario stesso aveva stimato la presenza di circa 5.500 scimpanzé occidentali nel paese, con oltre la metà degli esemplari che viveva al di fuori delle aree protette. Questo significa una cosa molto concreta: più di 2.700 scimpanzé si trovano in territori dove la competizione con l’agricoltura di sussistenza, il taglio della legna e la caccia sono la norma quotidiana. La designazione del 2019 come animale nazionale ha agito sul piano simbolico e legale, ma non ha modificato la struttura economica che spinge un contadino a tendere una trappola o a vendere un cucciolo. È qui che i due numeri — gli 80,2 punti percentuali persi a livello regionale e il 95 per cento di ingressi da sequestro a Tacugama — si saldano in un unico meccanismo: la foresta si svuota e i santuari si riempiono.
Oltre il recinto: la scommessa delle comunità
La risposta di Tacugama a questa forbice non sta solo nei ricoveri. Da anni il santuario gestisce iniziative di sostentamento alternativo per le comunità che gravitano intorno alle aree forestali: piantagioni di alberi da frutto, allevamenti di piccolo taglio, boschi comunitari per la legna da ardere e produzione di riso nelle paludi interne. L’obiettivo dichiarato è eliminare la dipendenza dalla caccia di bushmeat e dalla deforestazione, fornendo fonti di reddito che non passino per l’abbattimento di uno scimpanzé o per la vendita dei cuccioli sul mercato nero. In teoria, è un intervento che attacca il problema a monte: se una famiglia ha proteine animali da un allevamento e legna da un bosco comunitario, il costo-opportunità del bracconaggio si alza.
Ma la capacità di assorbimento ha un limite fisico, e non riguarda solo Tacugama. I santuari affiliati alla Pan African Sanctuary Alliance — la rete continentale di cui la struttura della Sierra Leone fa parte — sono ormai vicini alla saturazione. «I nostri santuari membri sono vicini alla capacità massima», ha dichiarato Gregg Tully, portando la situazione a quello che definisce «un punto di crisi». In termini operativi, significa che ogni nuovo sequestro rischia di non trovare posto, con la conseguenza che gli animali confiscati restano in strutture improvvisate o — nella peggiore delle ipotesi — vengono soppressi dalle autorità perché non esiste un’alternativa.
Il paradosso è misurabile: più le iniziative di prevenzione funzionano, meno ingressi dovrebbero verificarsi nei santuari; ma finché la prevenzione non raggiunge una massa critica sufficiente a incidere sul tasso di cattura, i santuari continuano a riempirsi oltre la loro capacità operativa. Il modello Tacugama — salvataggio più sviluppo comunitario — è l’unica risposta pragmatica disponibile. Ma la domanda a cui nessuno sa ancora rispondere è se basterà, quando anche gli altri nodi della rete PASA sono tecnicamente al collasso e il declino della sottospecie non ha rallentato. La vera partita non si gioca dentro i recinti. Finché non ci saranno alternative reali per le comunità che vivono a ridosso delle foreste, ogni salvataggio sarà un’altra goccia in un secchio che perde.




