Il suo lavoro ha salvato specie nella Foresta Atlantica, ma ora la sua eredità dipende da altri.
Il paradosso di un’eredità silenziosa
I numeri, a leggerli adesso, sembrano quelli di una grande opera pubblica: quasi 92 milioni di piantine di specie autoctone e il ripristino di circa 100mila ettari, coordinati nel corso di una vita. Per avere un ordine di grandezza: nella sola Riserva Naturale Vale, Renato ha contribuito a proteggere quasi 23mila ettari, come ricostruito in un profilo pubblicato da Mongabay. A questi si aggiunge, secondo la stampa locale, un’area adiacente dell’Ibama, per un totale di oltre 25mila ettari di foresta nativa recuperati.
La carriera era iniziata già nel 1977, quando arrivò in una zona trascurata della Foresta Atlantica nel nord di Espírito Santo. Da lì guidò la piantumazione di oltre 2 milioni di alberi, un lavoro che gli valse un riconoscimento internazionale con un servizio di copertina su National Geographic. Eppure la sua morte non è diventata un caso nazionale. Il contrasto tra la dimensione dell’opera e la discrezione con cui è stata raccontata è il primo indizio di una storia diversa: dietro i numeri non c’era un’icona, ma una macchina organizzativa fatta di competenze tecniche, ruoli istituzionali e scelte personali. Chiedersi come un tecnico abbia tenuto insieme centomila ettari senza che la sua morte diventasse un caso nazionale porta dietro le quinte.
La macchina invisibile: metodo, budget, istituzioni
Il lavoro di Renato non era solo piantumazione. Come direttore tecnico, è stato tra i responsabili di trasformare un sogno in azione concreta: ha pianificato strategie di restauro, orientato la produzione di piantine di specie autoctone e partecipato direttamente alla costruzione di quello che sarebbe diventato l’Istituto Terra. L’istituto era nato nel 1998, quando Lélia Deluiz Wanick Salgado e Sebastião Salgado lo fondarono ad Aimorés, nel Minas Gerais, come ricorda la storia ufficiale dell’ente. A quell’area degradata fu riconosciuto un titolo di RPPN, la Riserva Particular do Patrimônio Natural: non un premio, ma un vincolo concesso in maniera inedita, con l’impegno a essere restaurata. Tradotto in pratica, nessun finanziamento garantito dal solo atto, ma l’obbligo di riportare la foresta dov’era.
È in questo passaggio che emerge il tratto meno visibile del metodo di Renato. Secondo il profilo di Mongabay, insisteva affinché i progetti di ricerca fossero documentati in modo chiaro, consapevole che gli esperimenti nelle foreste possono durare decenni, spesso oltre la carriera di chi li avvia; un altro ricercatore avrebbe dovuto essere in grado di recuperare metodi, dati e scopi di ogni progetto. Era una scelta personale travestita da routine amministrativa: la continuità non era affidata a un protocollo ereditario, ma alla disciplina di un singolo. Vale lo stesso per il budget. Sempre secondo Mongabay, quando i dirigenti della Vale valutarono di ridurre i fondi per la ricerca, Renato offrì il proprio posto di lavoro al posto del taglio. Nessuna procedura aziendale prevede una mossa del genere, e questo spiega perché la figura umana contasse più degli organigrammi.
Chi eredita 100mila ettari? La continuità appesa a un interrogativo
A questo punto la domanda non è più tecnica, ma successoria. Le foreste continuano a crescere; il problema è chi ne garantisce la memoria e i metodi. La documentazione che Renato pretendeva, i dati sugli esperimenti decennali, il rapporto tra la riserva Vale e l’area dell’Ibama: tutto è stato costruito attorno a una persona, non a una struttura che si autoalimenta. L’Istituto Terra resta il custode naturale della storia, ma la riserva della Vale e l’area adiacente dell’Ibama coinvolgono un’azienda mineraria e un ente federale, con priorità che non sempre coincidono con quelle di un tecnico forestale. Con quali risorse e con quali tempi verrà raccolta questa eredità? Il necrologio dell’Istituto Terra non lo dice.
La foresta continuerà a crescere. La memoria di come farla sopravvivere — i metodi, i dati, gli scopi dei progetti — è appesa alle scelte di chi resta. Chi, tra Vale, Ibama e Instituto Terra, si assumerà l’eredità documentale e scientifica di Renato Moraes de Jesus? La domanda era aperta a fine luglio, quando la notizia arrivò nell’ombra di Sebastião Salgado. È ancora aperta a inizio settembre, senza una risposta pubblica in vista.




