Dieci giorni in più sopra i 35°C costano lo 0,3% di produttività annuale del lavoro. È il dato che apre il briefing del Climate.Table di questa estate. Lo scorso 17 luglio, la Commissione europea ha proposto una revisione mirata del sistema di scambio delle quote di emissione — l’EU ETS — per rafforzare la competitività industriale europea e sostenere l’obiettivo climatico al 2040. Ma tra il caldo che erode la produttività e le quote gratuite da ricalibrare, il collegamento non lo ha fatto quasi nessuno.
La revisione dell’ETS: proteggere il presente o rallentare il futuro?
La proposta di Bruxelles, datata 17 luglio, non introduce un nuovo meccanismo: è una messa a punto. Al centro ci sono le regole di assegnazione gratuita delle quote per gli impianti industriali. La logica è quella già vista: contenere l’onere per chi produce in Europa ed evitare che l’industria perda terreno rispetto ai concorrenti extra-UE.
Ma qui sta la contraddizione. Più le quote gratuite restano generose, più si allenta l’incentivo a decarbonizzare. E il target climatico al 2040 — lo stesso che la Commissione dichiara di voler sostenere — richiederebbe il contrario: una riduzione progressiva della protezione, non un rinvio. Aggiornare le regole di assegnazione in nome della competitività rischia di trasformarsi in una difesa del presente che rallenta la transizione. La norma c’è, l’atto è formale, ma l’attuazione reale dipenderà da quanto le quote gratuite verranno davvero ridotte — e con quali tempi e con quali risorse. La proposta non scioglie questo nodo: aggiornare significa rendere le regole più stringenti o più accomodanti? Dal testo della Commissione non emerge un cambio di passo, semmai un riallineamento.
Mentre Bruxelles tara le quote, fuori dall’Unione la partita si sta giocando su altri numeri.
I numeri che l’Europa non vuole vedere: Pechino, il ’35 by 35′ e il caldo
Il primo numero arriva dalla Cina. Già nel 2024, Pechino ha superato i suoi obiettivi NDC al 2030 per la capacità di energia rinnovabile e per il volume delle scorte forestali, secondo il Climate Action Tracker. A novembre 2025 ha rilasciato il nuovo NDC 2035: ridurre le emissioni nette di gas serra a livello economico del 7-10% rispetto ai livelli di picco entro il 2035. Non è un impegno radicale, ma è un segnale: un Paese che ha già superato i target che si era dato per il 2030 continua a muoversi.
Il secondo numero riguarda l’elettrificazione. Secondo il rapporto speciale dell’IEA sull’elettrificazione globale, sfruttare appieno il potenziale di elettrificazione oggi competitivo in termini di costi potrebbe portare il tasso globale al 33%. La direzione indicata è portare la quota dell’elettricità nei consumi finali globali dal 23% circa attuale al 35% entro il 2035. È qui che si incrocia il cosiddetto obiettivo ’35 by 35′, basato su analisi dell’International Renewable Energy Agency (IRENA): portare la quota di energia finale coperta dall’elettricità al 35% entro il 2035, partendo da circa il 20% attuale. Due basi di partenza diverse, un solo messaggio: il baricentro della transizione si sta spostando altrove.
Ma questi numeri non restano astratti. Si traducono in costi reali per chi lavora e produce. Chi li paga?
Il conto arriva in fabbrica e in ufficio
La risposta è nei dati dell’OCSE. Dieci giorni in più all’anno con temperature superiori a 35°C comportano una riduzione dello 0,3% della produttività annuale del lavoro delle imprese. Un’ulteriore ondata di calore di almeno cinque giorni causa una riduzione dello 0,2%. Non sono decimali da studio accademico: sono margini che si erodono in fabbrica e in ufficio, mentre si discute di quote gratuite a Bruxelles.
La competitività che la Commissione difende con l’aggiornamento delle assegnazioni è la stessa che si sgretola nei mesi caldi, prima ancora di misurarsi con la concorrenza extra-UE. Il caldo non aspetta le direttive. E qui arriva la domanda scomoda: se un’ondata di calore di cinque giorni costa lo 0,2% di produttività, quanto costa una politica industriale che ignora l’elettrificazione e la resilienza termica degli impianti e dei luoghi di lavoro?
La revisione dell’ETS non è una risposta: è un sintomo. Mentre Bruxelles rivede le quote, il ’35 by 35′ diventa il nuovo campo di gara e il termometro sale. La questione aperta è se l’Europa saprà smettere di difendere il passato prima che il costo del caldo e dell’elettrificazione mancata diventi strutturale.




