Il Congo Basin Pledge da 1,1 miliardi perde un finanziatore fondatore; i progetti si fermano a marzo 2026.
Da 90 a 18,8 milioni di sterline. Non è un ricalcolo tecnico, ma il ritiro del Regno Unito da circa metà dell’impegno preso alla COP26 di Glasgow. A marzo 2026 si sono fermati i progetti nel Bacino del Congo Occidentale e nel Basso Mekong. La seconda foresta pluviale tropicale del pianeta perde uno dei suoi finanziatori fondatori, come documenta l’analisi di Carbon Brief pubblicata a metà luglio.
La promessa da 1,1 miliardi e il ruolo del Regno Unito
Per capire il peso del taglio serve tornare all’architettura del Congo Basin Pledge. Nel novembre 2021, alla COP26 di Glasgow, il Regno Unito si è impegnato a contribuire con 200 milioni di sterline, insieme ad altri 11 donatori, a un nuovo fondo da 1,1 miliardi di sterline per proteggere il bacino del Congo. Il bacino ospita la seconda più grande foresta pluviale tropicale del mondo, minacciata da disboscamento industriale, estrazione mineraria e agricoltura.
La quota britannica — 200 milioni su 1,1 miliardi — rappresentava quasi un quinto del fondo complessivo. Non era un contributo di contorno: era uno dei pilastri dell’impegno multilaterale. Quanto di quella promessa sia arrivato davvero a terra è la domanda che il taglio documentato da Carbon Brief rende difficile eludere.
Il taglio silenzioso: la metà della promessa si sfila
La risposta è scomoda. Nei bilanci dell’aiuto pubblico allo sviluppo (ODA) del Regno Unito, il finanziamento destinato alla foresta del Congo si è ridotto drasticamente: il Congo Basin Forest Action Programme è passato da 90 milioni di sterline a 18,8 milioni. La riduzione equivale a oltre 71 milioni di sterline, quasi l’80 per cento del programma.
I progetti abbandonati rappresentavano circa la metà dell’impegno di 200 milioni di sterline assunto dal Regno Unito alla COP26 per la seconda foresta pluviale più grande del mondo. In pratica, metà della promessa di Glasgow non si è trasformata in fondi sul campo: è rimasta sulla carta, mentre i progetti venivano chiusi.
La ragione ufficiale è nei cambiamenti al budget ODA del Regno Unito. Come si legge nella documentazione del Biodiverse Landscapes Fund, il lavoro nel Bacino del Congo Occidentale e nel Basso Mekong si è concluso a marzo 2026. La formula è burocratica — “si è concluso” — ma il significato è chiaro: si sono interrotti programmi già avviati, non semplicemente non se ne sono finanziati di nuovi.
Il punto tecnico è questo: la chiusura di un progetto di conservazione a metà percorso non è neutra. I fondi già investiti rischiano di produrre risultati parziali, le strutture locali avviate restano senza risorse, e i costi per ripartire — se un altro donatore dovesse raccogliere il testimone — saranno più alti. Il bacino del Congo non è un cantiere che si può congelare: la pressione di disboscamento, estrazione mineraria e agricoltura continua mentre il finanziamento si ritira.
Chi resta: la lista dei donatori e il paradosso britannico
La lista dei 12 donatori del Congo Basin Pledge include Belgio, Bezos Earth Fund, Unione Europea, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. È un elenco ancora solido, ma il caso britannico ne incrina la compattezza: il Regno Unito figura ancora tra i fondatori del pledge, mentre i suoi progetti principali sono stati chiusi.
Non si tratta di un’uscita formale — nessuno ha annunciato un addio al fondo — ma di un disimpegno silenzioso che sposta il peso sugli altri donatori. Il risultato è che una parte del finanziamento previsto non arriva più, senza che nessun meccanismo automatico garantisca una compensazione.
Il ritiro britannico non cancella il Congo Basin Pledge, ma ne riduce la portata reale. Lascia scoperti progetti già avviati e sposta l’onere sugli altri 11 donatori. Per la seconda foresta pluviale del pianeta è un segnale d’allarme: gli impegni contano solo se si trasformano in fondi sul campo, e le promesse di una conferenza sul clima non sopravvivono da sole ai cambiamenti di bilancio.




