Spesa pubblica britannica per la natura sotto di 97 miliardi, mentre 7,3 trilioni finanziano attività dannose
A fine luglio, due cifre raccontano la stessa storia. Secondo la ricostruzione pubblicata da edie, la spesa pubblica prevista per la conservazione e il ripristino della natura nel Regno Unito per il periodo 2022-2032 è inferiore fino a 97 miliardi di sterline rispetto ai livelli necessari per rispettare gli impegni assunti dal governo. Nel 2023, intanto, la finanza globale si muoveva nella direzione opposta: 7,3 trilioni di dollari di capitale pubblico e privato sono confluiti in attività dannose per la natura, una cifra trenta volte superiore al finanziamento destinato alle soluzioni basate sulla natura.
Il buco da 97 miliardi: il denaro c’è, ma finanzia il danno
Il punto non è che manchino le risorse. È che una parte rilevante del capitale disponibile continua ad alimentare il degrado invece di ripararlo. Il Regno Unito parte da una posizione fragile: è uno dei Paesi più impoveriti dal punto di vista naturale al mondo, e la sua economia è limitata dallo stato della natura e dalla capacità della natura di fornire i benefici da cui il Paese dipende.
Il danno è già contabilizzato. La degradazione della natura, aggravata dal cambiamento climatico, minaccia di ridurre il PIL del Regno Unito del 4,7% entro il decennio. Sul fronte delle imprese, oltre due terzi delle aziende britanniche hanno dichiarato di aver perso più dell’1% del fatturato annuo a causa degli impatti climatici negli ultimi dodici mesi, con il 40% che segnala perdite pari o superiori al 6%.
Eppure il recupero ha una dimensione economica concreta. Secondo la ricerca della Royal Society for the Protection of Birds, affrontare il divario di finanziamento per la natura nel Regno Unito e accelerare la spesa nel prossimo decennio potrebbe generare 80 miliardi di sterline di nuova produzione economica, equivalenti al 15% del settore delle costruzioni. Il problema, quindi, non è assenza di denaro: è segno sbagliato degli investimenti e mancanza di meccanismi capaci di spostarli.
Due vie per lo stesso obiettivo: l’UE impone, il Regno Unito affida al territorio
La risposta non arriva da un unico centro. Mentre a Bruxelles si fissano percentuali, a Londra e Manchester si sceglie un’altra strada. La legge sul ripristino della natura dell’UE, approvata nel 2024, stabilisce obiettivi vincolanti di ripristino per gli habitat in cattive condizioni: almeno il 30% entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050.
Il Regno Unito procede invece per via territoriale. Andy Burnham ha promesso che tutte le parti del Paese potranno esercitare un maggiore controllo pubblico su servizi essenziali come acqua, abitazioni, energia e trasporti, dichiarando di voler imparare dal modello che ha trasformato le reti di autobus a Manchester. La lettura storica è altrettanto netta: dagli anni Ottanta, ha sostenuto, il Paese ha preso una serie di svolte sbagliate — potere politico centralizzato, potere economico privatizzato, deindustrializzazione, austerità e consigli locali svuotati della capacità di agire. Resta aperta la domanda: quanto può reggere una strategia affidata alla buona volontà locale senza target obbligatori?
Manchester 2038: il banco di prova di una strategia senza vincoli
La domanda si sposta sul terreno. Con l’obiettivo ambizioso di rendere la Greater Manchester carbon neutral entro il 2038, Burnham ha invitato imprese, sviluppatori, gruppi comunitari e singoli individui a sostenere e tradurre in azioni la strategia mentre si sviluppa nei dodici mesi successivi all’annuncio.
Ma il contesto economico rende la promessa più dura. A febbraio, l’Agenzia Internazionale dell’Energia segnalava che il Regno Unito presenta alcuni dei prezzi industriali dell’energia più alti del mondo sviluppato, quasi due terzi sopra la mediana dei Paesi IEA e i più alti tra i membri del G7. Secondo CBI ed Energy UK, il 40% delle imprese ha ridotto gli investimenti a causa della pressione sui costi energetici. L’ambizione territoriale, insomma, deve fare i conti con bilanci già compressi.
Non basta contare i miliardi mancanti: serve capire chi firmerà i contratti di ripristino e con quali incentivi. Il Regno Unito ha scelto la via locale, ma senza obiettivi vincolanti il rischio è che l’opportunità da 80 miliardi resti un numero su un report.




