Iniziative come PROMIRE e CFI provano a invertire la rotta con l’agroforestazione
All’inizio del 2024 i prezzi globali del cacao hanno superato i diecimila dollari per tonnellata. Un record assoluto, spinto da un’offerta ridotta e da una domanda che non accenna a calare. Costa d’Avorio e Ghana, da soli, producono due terzi del cacao mondiale. Ed è proprio lì, tra Agnéby-Tiassa, La Mé e Sud-Comoé, che si gioca la partita più sporca: quella tra la promessa di una filiera sostenibile e la realtà di un’espansione che continua a divorare foreste.
La promessa verde
Eppure, sul campo, iniziative come PROMIRE e la Cocoa & Forests Initiative (CFI) provano a invertire la rotta. PROMIRE, finanziato dal Green Climate Fund e gestito dalla FAO, implementa modelli agroforestali a deforestazione zero in tre regioni ivoriane. L’obiettivo dichiarato è ridurre le emissioni di gas serra attraverso il meccanismo REDD+, sganciando la produzione di cacao dall’abbattimento di alberi. I numeri che il progetto rivendica non sono marginali: oltre 7.500 produttori di cacao beneficiati e oltre 3.400 ettari di piantagioni convenzionali convertite in sistemi agroforestali sostenibili.
La CFI, dal canto suo, unisce più di 35 aziende e due governi nazionali. Dal 2018 ha distribuito 43 milioni di alberi multiuso, di cui 10 milioni solo nel 2023. Cifre imponenti, che raccontano di un meccanismo di compensazione pensato per restituire copertura arborea a territori segnati da decenni di monocoltura. E poi ci sono le storie individuali, come quella di Sylvie Sopie N’Gbesso, che è riuscita a raddoppiare la produzione — da 1.000 chili nel 2023 a 2.000 nel 2025 — trasformando un vecchio appezzamento a pieno sole in un sistema agroforestale dove convivono alberi da ombra, frutta e cacao.
Ma i numeri raccontano una storia diversa.
Qual è il reale impatto sulla foresta?
I numeri scomodi
I dati raccolti da satelliti e rapporti ufficiali dipingono un quadro molto meno roseo. Oltre l’80% delle foreste della Costa d’Avorio è stato disboscato, in gran parte per colture da reddito come il cacao. La coltivazione in pieno sole, quella che PROMIRE vuole sostituire, è una causa diretta della deforestazione nelle tre regioni target. Non solo: la produzione di cacao è responsabile di oltre il 37% della perdita di foreste all’interno delle aree protette ivoriane. E il problema non si ferma ai confini della Costa d’Avorio. In Ghana, i rapporti ufficiali sottostimano l’area piantata a cacao fino al 40%.
Poi c’è la questione della tracciabilità. Secondo Trase, non più del 40% del cacao ivoriano è approvvigionato direttamente. Significa che la maggior parte del prodotto sfugge ai radar, mescolandosi in filiere opache dove sapere con certezza da quale appezzamento provenga — e se quell’appezzamento ha sostituito una foresta — è quasi impossibile. Il paradosso è evidente: mentre i progetti pilota mettono in campo risorse per qualche migliaio di ettari, il sistema nel suo complesso continua a incentivare l’espansione su larga scala. I prezzi record non fanno che rafforzare questa spinta.
Nei primi mesi del 2024, ricorda un’analisi di Trase Earth, la quotazione ha superato la soglia dei 10.000 dollari per tonnellata. Un prezzo che, per un piccolo coltivatore, può significare la differenza tra sopravvivere e investire in nuovo terreno. E il nuovo terreno, in Costa d’Avorio, spesso significa foresta.
Il prezzo della transizione
Per capirlo, basta parlare con chi il cacao lo coltiva ogni giorno. In Costa d’Avorio e Ghana il cacao è la principale coltura perenne e fornisce reddito a quasi due milioni di agricoltori. Gente che con il prezzo del cacao ci mangia. Per loro, l’incentivo economico immediato conta più della promessa di sostenibilità. Sylvie Sopie N’Gbesso ce l’ha fatta, ha raddoppiato la resa rigenerando il suolo con l’agroforestazione, ma il suo caso resta un’eccezione in un panorama dove la regola è ancora la coltivazione a pieno sole.
Il progetto PROMIRE, con i suoi settemila e passa beneficiari, è un puntino sulla mappa di un paese che produce due terzi del cacao mondiale insieme al Ghana. La CFI distribuisce milioni di alberi, ma la deforestazione continua. Non per cattiva volontà: per matematica. Finché abbattere un pezzo di foresta per piantare cacao renderà più che aderire a uno schema di certificazione, la bilancia penderà sempre dalla parte più pesante. E il 60% di cacao che sfugge alla tracciabilità è lì a ricordarcelo.
La tensione resta: come conciliare il bisogno di reddito con la sopravvivenza delle foreste? La transizione sostenibile del cacao è oggi un mosaico di progetti pilota e certificazioni. Ma finché il prezzo resterà un incentivo a disboscare e la gran parte della filiera rimarrà invisibile, saranno le foreste a pagare il conto. Cosa accadrà quando la domanda globale di sostenibilità — spinta da regolamenti come quello europeo sulla deforestazione — si scontrerà con la realtà di due milioni di piccoli produttori che, legittimamente, scelgono di sfamare la propria famiglia oggi piuttosto che salvaguardare un ecosistema per domani?




