La procedura d’infrazione Ue e i 9.518 giorni di pesca a strascico documentati nelle aree formalmente tutelate
L’Italia rivendica l’11,6 per cento di mari protetti. È la cifra che il governo inserisce nei documenti ufficiali e nei consessi internazionali, e che dovrebbe proiettare l’immagine di un Paese attento alla biodiversità marina. Peccato che quel numero si regga su un’operazione contabile: include nel conteggio i cosiddetti «parchi di carta» — aree designate sulla mappa ma prive di qualunque misura di gestione reale. Lo scorso luglio, passando al setaccio quattro Siti di Interesse Comunitario formalmente protetti, è emerso ciò che ambientalisti e ricercatori denunciano da anni: dentro i confini di aree che l’Italia spaccia per tutelate, la pesca a strascico e gli sversamenti illegali continuano indisturbati. Nel frattempo, secondo un’analisi di MedReAct e della Med Sea Alliance, tra il 2020 e il 2021 sono stati documentati 9.518 giorni di pesca a strascico presunta in 35 aree protette, condotta da 305 pescherecci. Giorni di reti che hanno arato fondali che qualcuno, sulla carta, avrebbe dovuto difendere.
La facciata dell’11,6 per cento
Come si arriva a quell’11,6 per cento? Con un’addizione spregiudicata. Già nel 2024, un’indagine di Greenpeace Italia aveva smontato il meccanismo: il governo include nel calcolo delle aree protette i Siti di Interesse Comunitario e il Santuario Pelagos, gonfiando la percentuale da meno dell’un per cento all’11,6. Il problema è che, secondo la stessa indagine, solo le Aree Marine Protette e i parchi nazionali dispongono di regolamenti efficaci per la tutela della biodiversità marina. I SIC e il Santuario Pelagos, al contrario, restano «parchi di carta»: designati, perimetrati, ma mai davvero gestiti.
I numeri raccontano un’inerzia che dura da anni. Il SIC di Punta Campanella e Capri, in Campania, si estende su 8.491 ettari di mare ed è diventato Zona Speciale di Conservazione nel 2019. Il SIC «Torre Guaceto e Macchia San Giovanni», in Puglia, copre 7.978 ettari ed è ZSC dal 2018. Il SIC «Palinuro Seamount» è stato istituito nell’agosto 2023 su 6.367 ettari. Tre aree che sulla mappa della rete Natura 2000 dovrebbero garantire la sopravvivenza di habitat e specie protette. Nella realtà, sono specchi d’acqua dove le regole non arrivano, o arrivano troppo tardi per fare la differenza.
Il prezzo dei parchi di carta
Quella percentuale gonfiata non è innocua: ha coperto per anni un’inerzia che oggi ha un conto aperto con Bruxelles. Nel 2023 la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver adottato misure adeguate a proteggere diverse specie marine e di uccelli nei siti Natura 2000 designati proprio per la loro conservazione. La Commissione è stata chirurgica nel motivare il richiamo: «Allo stato attuale la rete Natura 2000 dell’Italia non comprende nella misura adeguata tutti i diversi tipi di habitat e le specie che necessitano di protezione. Le lacune più gravi riguardano le specie marine, come la foca monaca mediterranea, la tartaruga marina comune e il tursiope, e gli habitat marini, come le scogliere. Mancano inoltre le designazioni dei siti marini per diverse specie di uccelli marini, come la berta maggiore e la berta minore».
L’ironia è che mentre Bruxelles contestava all’Italia la mancata protezione, dentro quei perimetri succedeva di tutto. Tra il 2020 e il 2021, i 9.518 giorni di pesca a strascico documentati da MedReAct e Med Sea Alliance hanno interessato 35 aree protette. E l’inchiesta pubblicata lo scorso luglio ha mostrato che la situazione non è migliorata negli anni successivi. A metà luglio del 2025, per dire, un catamarano alla deriva è naufragato proprio dentro l’area del SIC di Punta Campanella e Capri. Un episodio che da solo basterebbe a sollevare domande sulla capacità di sorveglianza e controllo in un sito che, almeno sulla carta, dovrebbe essere sottoposto a un regime di tutela rafforzato.
La dinamica è sempre la stessa: l’Italia designa i siti per ottemperare agli obblighi europei, incassa il risultato statistico, ma non mette in campo né divieti efficaci né risorse per farli rispettare. Il risultato è un doppio danno. Ambientale, perché fondali e specie continuano a subire pressioni incompatibili con lo status di area protetta. E di credibilità, perché ogni volta che il governo sventola l’11,6 per cento nei confronti internazionali, sa — o dovrebbe sapere — che sta parlando di una protezione in gran parte immaginaria.
La scadenza europea e i timidi segnali
La procedura d’infrazione non è un richiamo senza denti, eppure le risposte italiane faticano a uscire dalla logica dell’emergenza. Nel 2023, la Regione Sardegna ha affidato la gestione del SIC «Dall’Isola dell’Asinara all’Argentiera» al Parco Nazionale dell’Asinara, con un finanziamento pubblico di circa 200 mila euro. Una mossa che va nella direzione giusta — affidare un’area protetta a un ente che ha esperienza di gestione — ma che solleva una domanda inevitabile: è sufficiente? O siamo di fronte all’ennesimo maquillage, un’iniezione una tantum di risorse per un singolo sito mentre decine di altri SIC restano senza gestione, senza sorveglianza, senza nulla che li distingua da un qualunque tratto di mare aperto alla pesca più distruttiva?
I tempi stringono. La Commissione Europea ha già dimostrato, con l’avvio della procedura d’infrazione, di non accontentarsi delle percentuali dichiarate. Vuole misure reali, regolamenti applicabili, controlli. E vuole che i buchi nella rete Natura 2000 — le specie non coperte, gli habitat marini dimenticati — vengano colmati. Finanziare un parco perché ne gestisca un altro è un primo passo. Ma finché l’Italia continuerà a rivendicare l’11,6 per cento senza chiedersi cosa succede davvero dentro quel perimetro, la distanza tra la statistica e la realtà resterà incolmabile. E prima o poi Bruxelles smetterà di accettare risposte di cartone.




