La corsa alla stazza lascia il posto alla gara sull’efficienza di installazione, con navi a metanolo.

A diciannove mesi dalla consegna dell’8 gennaio 2025, i numeri della Boreas restano un colpo all’occhio per chi osserva il mercato dell’installazione eolica offshore. CIMC Raffles ha consegnato a Van Oord la nave per l’installazione eolica offshore più grande del mondo: 176 metri di lunghezza, una superficie di ponte superiore a 7.000 metri quadrati, una gru principale con capacità di sollevamento oltre le 3.000 tonnellate e alloggi per 135 persone. Non è una semplice scheda tecnica: è il punto in cui la corsa alla sola stazza lascia il passo alla gara sull’efficienza di installazione.

Il dato da cui partire è che questi numeri non sono isolati. Sono la somma di scelte progettuali pensate per un mercato che sta cambiando rapidamente, dove la capacità di movimentare monopali XXL e turbine sempre più grandi determina chi vince i bandi e chi resta a guardare.

La geometria del primato: 176 metri, 3.000 tonnellate e un’automazione da record

La Boreas combina parametri che prima nessun competitor riusciva a sommare in un singolo scafo. I 176 metri di lunghezza e i 7.000 metri quadrati di ponte servono a stoccare in coperta un numero sufficiente di monopali e componenti per ridurre i viaggi di rifornimento; la gru da oltre 3.000 tonnellate serve a sollevare le fondazioni e le torri della prossima generazione. Non è potenza fine a sé stessa: ogni tonnellata di portata in più si traduce in meno sollevamenti e meno sequenze critiche sul campo.

Sul fronte propulsivo, la nave è dotata di serbatoi di stoccaggio del metanolo e di cinque motori principali a doppia alimentazione a metanolo, una configurazione che secondo il costruttore riduce l’impronta di carbonio della nave di oltre il 78%. Anche qui il primato non vive nel vuoto: sposta il confronto competitivo su un terreno diverso, dove non conta solo quanti megawatt riesci a installare, ma con quale impronta li installi.

Il sorpasso: da Voltaire a Boreas, la corsa ai giganti del vento

Il primato tecnico ha una storia competitiva precisa. Prima della Boreas, il titolo di più grande nave per l’installazione di turbine eoliche apparteneva alla Voltaire di Jan De Nul, una nave jack-up di nuova generazione per l’installazione offshore lanciata già nel gennaio 2022 presso il cantiere COSCO Shipping di Nantong, in Cina. La Boreas le ha tolto quel titolo, e lo ha fatto ridefinendo la categoria: più ponte, più portata, più automazione e una propulsione pensata per ridurre l’impronta carbonica.

Nella stessa traiettoria costruttiva si inserisce la Norse Wind di DEME, costruita da CIMC Raffles e progettata da GustoMSC, consegnata negli scorsi mesi. È equipaggiata per installare turbine con rotori di diametro superiore a 300 metri e monopali XXL fino a 3.000 tonnellate. Il messaggio è chiaro: le capacità che fino a pochi anni fa rappresentavano l’eccezione stanno diventando la soglia minima per stare nel mercato dei prossimi parchi eolici.

Metanolo e megawatt: cosa cambia per chi installa (e cosa resta da verificare)

Se il primato è inequivocabile, il passaggio dal cantiere al campo è un’altra partita. Secondo Zhao Hui, la Boreas è un punto di riferimento per l’intera industria eolica offshore e svolgerà un ruolo significativo nel trasporto e nell’installazione della prossima generazione di fondazioni e di turbine eoliche offshore fino a 20 MW. È un orizzonte operativo concreto: non si tratta più di installare macchine da 8 o 10 MW, ma turbine con rotori sempre più grandi e monopali sempre più pesanti, dove la portata della gru e la superficie del ponte diventano il collo di bottiglia reale.

Per Harold Linssen, la consegna della Boreas rappresenta una pietra miliare per Van Oord, la società familiare olandese con oltre 155 anni di esperienza come appaltatore marittimo internazionale, sede a Rotterdam, circa 60 navi in flotta e 5.800 addetti che nel 2023 hanno lavorato su 198 progetti in 43 paesi. La scelta di posizionarsi sulla fascia alta della capacità di installazione riflette una scommessa precisa: quando i parchi si spostano più al largo e le turbine crescono di taglia, serve una flotta in grado di seguire l’evoluzione senza diventare obsoleta nel giro di pochi anni.

Resta però una domanda che i numeri di cantiere non possono rispondere da soli: l’automazione spinta e la propulsione a metanolo promettono molto, ma quanti porti offshore dispongono oggi di riserve di metanolo pronte all’uso? E quanti terminali hanno banchine attrezzate per rifornire in sicurezza cinque motori dual-fuel durante una campagna di installazione? La Boreas ha alzato l’asticella tecnica; ora la partita si sposta sulle banchine e sulle supply chain, dove i numeri del cantiere dovranno diventare operazioni ripetibili.