Il 54% delle ecoregioni è gravemente degradato, mentre l’obiettivo di Montreal punta a proteggerne solo il 30%
Lo scorso aprile, i dati pubblicati su Frontiers in Science hanno messo nero su bianco un contatore che non riguarda un’estinzione lontana: il 48% delle specie di vertebrati e insetti è in declino, il 3% è in aumento e il 49% resta stabile. In termini di bilancio di specie, metà dell’inventario perde valore e quasi nessuna voce cresce. Non è una proiezione apocalittica: è la fotografia del disassemblaggio in corso nei sistemi naturali da cui dipendiamo. Il dato non è una novità passeggera, misura una tendenza che si accumula anno dopo anno.
Il contatore del declino
Il fenomeno non si ferma alla scala di specie. Il 54% delle ecoregioni del mondo è gravemente degradato, con un ulteriore 25% in fase di degrado: rimane solo un quarto in gran parte intatto. Sui corridoi migratori i numeri sono altrettanto netti: secondo la Convention on Migratory Species, il 44% delle specie monitorate è in grave declino e il 97% dei pesci migratori elencati è a rischio di estinzione. Il 97%, da solo, svuota qualsiasi discorso rassicurante sulle specie migratorie. Anche l’acqua dolce racconta la stessa storia: solo il 30% dei sistemi fluviali mondiali rimane a flusso libero. Questi numeri però non sono una fatalità: hanno una controparte politica firmata a Montreal.
La promessa dei 30% contro il 54% degradato
Già nel dicembre 2022, il quadro globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal ha fissato un obiettivo numerico: conservare e gestire efficacemente almeno il 30% di terre, acque interne, aree costiere e oceani. Come riporta il comunicato finale della COP15, quel target è entrato nell’agenda internazionale come impegno misurabile. Ma il confronto con i dati di aprile 2026 è scomodo: il 54% delle ecoregioni è gravemente degradato e solo il 30% dei sistemi fluviali scorre libero. In pratica, il perimetro del 30% andrebbe tracciato su un territorio che per oltre metà è già compromesso, e su corsi d’acqua che per il 70% non scorrono più liberamente. Il 30% non è una quota simbolica: è la soglia minima concordata, ma la sua efficacia dipende da quanto il restante 70% resta vivibile e connesso. Il 54% di ecoregioni gravemente degradate non è una percentuale complementare al 30% da proteggere: è la base materiale su cui quella protezione dovrebbe poggiare. Un’area formalmente protetta dentro un’ecoregione già gravemente degradata non ripristina da sola le funzioni perdute; e se i fiumi protetti coincidono con i pochi già liberi, la protezione conferma lo status quo invece di invertire la rotta. Se l’obiettivo è chiaro da oltre tre anni, il blocco non è tecnico: è politico.
Un solo pianeta, tre accordi separati
La condizione necessaria, secondo la stessa ricerca, è unificare gli accordi globali su clima, biodiversità, oceano e sviluppo umano in un approccio Nature Positive coerente. Oggi quei tavoli procedono separati, con indicatori e scadenze differenti, e la separazione ha un costo misurabile sulla salute: il 58% delle 375 malattie infettive conosciute è aggravato dai cambiamenti climatici. Non è un effetto collaterale: è il segnale che la degradazione degli habitat e l’andamento del clima operano sullo stesso circuito. E qui arriva la provocazione: proteggere il 30% servirà davvero, se il 70% resta degradato?
La questione non è se il 30% sia un numero giusto o sbagliato. È che senza un’unica gestione per clima, biodiversità e oceani, ogni obiettivo percentuale resterà un esercizio contabile: si sommano aree protette mentre il sistema naturale continua a degradarsi. Il 48% di specie in declino e il 54% di ecoregioni compromesse sono il contatore di questa frammentazione. Il tempo per le promesse è scaduto; serve un cambio di gestione, non un nuovo target percentuale.




