Circa ottanta volte: è la quantità di calore che il metano intrappola, una volta rilasciato in atmosfera, rispetto alla CO₂ su un orizzonte di vent’anni. Il gas naturale è principalmente metano. E lo scorso luglio, il rapporto del Center for Climate Integrity ha riacceso i riflettori su una storia lunga decenni: nel febbraio 1968 la Stanford Research Institute aveva già riferito all’American Petroleum Institute che parte del metano atmosferico poteva essere collegata ai campi petroliferi.

La domanda non è se il gas naturale sia pulito. È da quanto tempo l’industria lo sappia, e che cosa abbia scelto di raccontare mentre vendeva il metano come ponte della transizione.

Il metano non è pulito: i numeri che contano

La promessa è rimasta identica per anni: l’International Gas Union definisce il gas naturale il combustibile fossile più pulito, base per una transizione energetica giusta, soprattutto per le economie in via di sviluppo. Persino il nome aiuta: il termine “natural gas” tende a indurre gli americani a considerare sano, pulito ed ecologico ciò a cui è associato.

Quello che sapevano (e hanno taciuto)

Gli archivi rispondono. Nel febbraio 1968 la Stanford Research Institute riferì all’American Petroleum Institute che parte del metano atmosferico poteva essere collegata ai campi petroliferi. Nel novembre 1976 un team della NASA guidato da Wei-Chyung Wang fece un calcolo chiave: l’aumento del metano atmosferico, rilasciato dalla produzione e dalla combustione di combustibili fossili, rappresentava un rischio climatico significativo. Nel giugno 1985, Veerabhadran Ramanathan stimò sul Journal of Geophysical Research che i gas traccia, incluso il metano, potessero arrivare a causare fino al 40 per cento del riscaldamento planetario futuro.

La conoscenza non restò confinata ai modelli climatici: arrivò alla contabilità operativa. Nel 1996 lo studio congiunto GRI/EPA curato da Radian International stimò che le emissioni di metano dell’intero sistema del gas naturale statunitense fossero pari all’1,4 per cento della produzione, con un margine di errore dello 0,5 per cento. Lungo la filiera di estrazione, trasporto e distribuzione sfuggiva una quantità misurabile di gas, e il settore lo sapeva.

Eppure, per decenni l’industria di petrolio e gas ha perpetuato la frode che il gas naturale sia pulito e una soluzione climatica, pur sapendo che è una fonte significativa di inquinamento atmosferico e un importante contributore al cambiamento climatico. Il Center for Climate Integrity considera la descrizione del gas naturale come “pulito” o “più pulito” quasi interamente un’invenzione di pubbliche relazioni, nonostante le prove contrarie. Non era ignoranza: era distanza tra ciò che si sapeva e ciò che si diceva.

Se il ponte crolla: il conto sul campo

Quella distanza non è solo un problema di comunicazione: ha un costo climatico misurabile. Secondo la Cornell University, il 30 per cento di tutto il riscaldamento globale dal XIX secolo è stato causato dal metano, che è probabilmente responsabile del 40 per cento o più del riscaldamento degli ultimi due decenni. Fino a metà dell’aumento del metano nel XXI secolo è dovuto allo sviluppo di shale gas e petrolio negli Stati Uniti.

Se il gas non è pulito, la transizione che lo usa come ponte va ricalcolata. Non è questione di etichette: chi ha costruito impianti, contratti di fornitura e strategie su quel presupposto si trova con un’infrastruttura che la chimica non ha mai sostenuto. Quanto può reggere un “ponte” che contribuisce al 30 per cento del riscaldamento globale?

Il gas naturale non è mai stato il combustibile “pulito” promesso: il metano pesa sul clima, e chi installa o gestisce impianti a gas deve ricalcolare il rischio climatico e reputazionale di una scelta che la scienza non ha mai sostenuto.