Bruxelles ha smesso di fidarsi del mercato del carbonio

Bruxelles ha smesso di fidarsi del mercato del carbonio

La Commissione europea ha proposto di fermare l’invalidazione delle quote nella Market Stability Reserve

Nel primo mercato del carbonio della storia, il prezzo era il frutto di una scoperta quotidiana: incrocio di domanda e offerta, segnale di scarsità. Oggi, a quasi vent’anni dal varo dell’EU ETS, quel numero ha preso un’altra strada. Può essere aggiustato, se conviene. L’ultimo ritocco porta la data del 1° aprile 2026 e ha il sapore amaro di un pesce d’aprile che nessuno ha voglia di festeggiare. L’analisi che Andrea Ronchi, vice-direttore del Carbon Markets Outlook 2025, pubblica il 26 giugno su QualEnergia Pro parte da qui: la Commissione europea ha proposto di fermare il meccanismo di invalidazione delle quote nella Market Stability Reserve.

Che cosa significa, in concreto, fermare l’invalidazione? Dentro il meccanismo di riserva — istituito nel 2018 per assorbire l’enorme eccesso di permessi accumulato dal 2009 in seguito alla crisi — una parte dei certificati ritirati veniva automaticamente cancellata. Lo scorso 1° aprile la Commissione ha deciso di mettere un freno a questa distruzione contabile: i permessi resteranno parcheggiati, pronti a essere rimessi in circolo se le condizioni di mercato lo richiederanno. La motivazione ufficiale parla di «cuscinetto» per sostenere la stabilità futura. Ma il messaggio implicito è un altro: il prezzo del carbonio non può più essere lasciato alle forze spontanee della domanda e dell’offerta, perché quelle forze, semplicemente, non esistono più. Lo aveva capito bene Ronchi quando scriveva che «il sistema europeo di scambio delle quote di emissione non funziona più come il mercato immaginato all’origine». All’origine — era il 2005 e l’EU ETS, istituito quell’anno, apriva i battenti come primo schema internazionale di scambio di emissioni — l’idea era che il costo della CO₂ emergesse dall’incontro tra chi poteva ridurre le emissioni a minor costo e chi invece aveva bisogno di comprare permessi. La concorrenza tra operatori avrebbe selezionato le soluzioni più efficienti. Il surplus di quote gonfiatosi dal 2009 aveva già svuotato quella promessa. La Market Stability Reserve — nata per riequilibrare il sistema — era l’ammissione che il mercato originario era finito. Ora, congelando l’invalidazione, Bruxelles svela la fase successiva: il prezzo del carbonio è diventato una variabile amministrativa. E se il mercato non funziona più, resta da chiedersi chi ci guadagna.

Schermature incrociate

A guadagnarci, intanto, sono i settori industriali che il legislatore europeo ha scelto di schermare con una seconda corazza: il Carbon Border Adjustment Mechanism. Adottato nel 2023 con il pacchetto Fit for 55 — lo stesso che ha esteso l’ETS a trasporto marittimo, stradale ed edifici — il CBAM obbliga chi importa acciaio, cemento, fertilizzanti e alluminio a pagare un prezzo del carbonio equivalente a quello che avrebbe sostenuto un produttore europeo. È una protezione esplicita contro il carbon leakage, cioè contro la tentazione di delocalizzare la produzione dove le regole ambientali sono più lasche. Ma in un ETS che ha smesso di funzionare come mercato, il CBAM si trasforma: diventa il vero meccanismo di fissazione del prezzo, almeno per i beni che varcano la frontiera. Mentre dentro l’Unione il costo della CO₂ è sempre più spesso l’esito di una scelta politica — oggi si invalida, domani si congela, dopodomani si rilascia — alla dogana il segnale diventa rigido, univoco, fiscale. Il paradosso produce vincitori inattesi: chi produce in Europa sa che il concorrente extra-UE pagherà comunque, anche se il mercato interno siinceppa. Si crea così una sorta di zona franca regolata per siderurgia, cemento e fertilizzanti, dove il carbonio ha un prezzo amministrato che li protegge dalla volatilità e, in fin dei conti, dal mercato stesso. Resta un dubbio: se il prezzo del carbonio lo decide Bruxelles con un atto amministrativo, chi può ancora fidarsi dei suoi obiettivi per il 2030?

L’enigma del prezzo

La quarta fase dell’EU ETS, in corso dal 2021, dovrebbe accompagnare l’Europa verso il target di riduzione delle emissioni stabilito dal pacchetto Fit for 55. Ma con una Commissione che si riserva il diritto di sterilizzare i meccanismi automatici di aggiustamento, il prezzo della CO₂ perde la funzione di bussola. Non dice più quanto costa davvero inquinare; dice quanto la politica è disposta a far pagare in quel momento. E questo mina la credibilità di tutto l’impianto. Lo sa bene chi opera nei settori esposti alla concorrenza internazionale e non beneficia di protezioni analoghe: per loro il costo del carbonio è già una tassa, non un segnale. Lo sanno ancor meglio i Paesi terzi che guardano all’Europa e si chiedono se valga la pena adottare meccanismi simili, quando il modello europeo mostra crepe così evidenti. La tensione tra ambizione climatica e tutela industriale ha prodotto un ibrido: un sistema che vuole ridurre le emissioni senza scontentare nessuno. Il risultato è che il segnale di prezzo diventa una variabile dipendente dalla politica, non dalla tecnologia o dall’efficienza. E senza un segnale credibile, gli investimenti nella decarbonizzazione rischiano di restare al palo. La domanda con cui Ronchi chiude il suo pezzo risuona forte: l’unica certezza è che il vero costo del carbonio lo pagheranno altri — famiglie, automobilisti, utenti del trasporto marittimo — mentre l’industria pesante si trincera dietro il CBAM e una riserva di stabilità che di stabile ha soltanto la discrezionalità con cui viene maneggiata.

L’ETS resta un monumento all’ingegneria burocratica europea, ma forse abbiamo perso l’occasione di far pagare il carbonio per davvero.

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