Le fabbriche europee non basteranno a coprire la domanda di pannelli

Le fabbriche europee non basteranno a coprire la domanda di pannelli

La capacità produttiva europea nel 2030 potrebbe fermarsi a 52 GW, meno della metà del fabbisogno stimato

Nel 2030, stando alle stime S&P Global, la domanda europea di moduli fotovoltaici potrebbe toccare circa 110 GW all’anno. È una cifra che racconta più di qualsiasi dichiarazione politica: l’Europa avrà fame di pannelli, tanti, e in fretta. Ma se quei pannelli dovrà comprarli quasi tutti all’estero, la transizione energetica rischia di somigliare più a un trasloco di dipendenza che a una conquista di autonomia.

Il miraggio dei 110 GW

I numeri sono testardi. Anche nell’ipotesi più ottimistica — tutti i progetti di fabbrica annunciati realizzati, nessun intoppo, nessun passo indietro — la capacità produttiva europea di moduli nel 2030 si fermerebbe a 52 GW. Di questi, appena 29 GW sarebbero dentro i confini dell’Unione a 27. Meno della metà di ciò che servirà. Il resto è un buco, e quel buco ha già un nome: Cina.

Oggi il rapporto tra ciò che l’Europa produce e ciò che installa è già sbilanciato: nel 2025 l’Ue aveva una capacità annua di 12,2 GW di moduli, contro circa 65 GW installati. Il delta lo hanno coperto le importazioni. Proiettare quella proporzione al 2030 significa accettare, nei fatti, che la manifattura europea resti una comprimaria. Non è un incidente di percorso. È la conseguenza di scelte che l’Industrial Accelerator Act, nella forma in cui è stato discusso finora, non sembra in grado di correggere.

Assemblare un modulo in Europa costa più che in Cina. Non è un dettaglio: è la ragione strutturale per cui, senza un intervento che incida davvero sui differenziali di costo, ogni target produttivo resta una dichiarazione d’intenti senza gambe.

Chi vince nella guerra dei prezzi?

Chi pensa che la partita si giochi sul campo dei profitti farebbe bene a guardare i bilanci. Nella prima metà del 2025, i primi dieci produttori mondiali di moduli fotovoltaici hanno spedito il 75% del totale globale. Insieme, hanno registrato una perdita netta complessiva di 2,2 miliardi di dollari. Dominano il mercato e perdono soldi. È il paradosso di una sovrapproduzione che schiaccia i prezzi verso il basso, rendendo la vita impossibile a chiunque provi a competere senza le stesse economie di scala — o senza sussidi massicci.

E allora chi sta vincendo questa partita? Di certo non i produttori europei, che hanno già avvertito la Commissione: l’Industrial Accelerator Act rischia di “mancare il bersaglio”. Il problema non è solo la quantità di fondi o la rapidità delle autorizzazioni. È una questione di definizioni. Per l’Industrial Accelerator Act, “Made in EU” non significa prodotto nell’Unione: si estende a qualsiasi paese con cui Bruxelles ha un accordo di libero scambio. Una formula che allarga il perimetro quanto basta per annacquare il senso stesso di “produzione europea” e per lasciare intatti i flussi di importazione da paesi dove i costi restano più bassi.

Nel frattempo, la crisi da sovrapproduzione sta frenando gli investimenti in innovazione in Cina. Già a maggio 2025 si registravano segnali di rallentamento nella corsa tecnologica cinese, proprio mentre l’Europa avrebbe bisogno di recuperare terreno. È un’ironia amara: il gigante che domina il mercato inizia a tirare il fiato proprio quando il continente che vorrebbe emanciparsi non ha ancora costruito le gambe per camminare da solo.

E se qualcuno pensa che i progetti europei bastino a invertire la rotta, basta guardare alla Francia. Era il 2024 quando Carbon annunciò la sua gigafactory come progetto di grande interesse nazionale. Poi, l’abbandono ufficiale, con la società che ha citato le incertezze sulle misure di sostegno al Made in EU. Non è un caso isolato: è il sintomo di un meccanismo che promette più di quanto mantenga.

Un ritardo che costa caro

Tre anni di ritardo nell’attuazione dell’Industrial Accelerator Act, e l’Europa rischia di restare indietro di un intero ciclo tecnologico rispetto alla Cina. Lo ha scritto Wood Mackenzie lo scorso marzo, e non servono iperboli per capire cosa significhi: un ciclo tecnologico nel fotovoltaico può valere anni di vantaggio in efficienza e costi. Perderlo significa ripartire ogni volta da zero, o quasi.

Eppure, basterebbe poco per misurare ciò che è in gioco. Ember ha fatto un calcolo che andrebbe incorniciato sulle scrivanie di chi legifera: una singola spedizione di moduli fotovoltaici può generare 10 TWh di elettricità in vent’anni. Per produrre la stessa quantità con gas naturale liquefatto servirebbe una nave metaniera ogni anno, per l’intero periodo. Ogni container di pannelli che l’Europa non produce è una nave di GNL che deve comprare. Ogni anno. Per vent’anni.

La domanda, a questo punto, non è retorica: riuscirà l’Europa a produrre i moduli che installa, o sarà per sempre cliente della Cina? Con un intero ciclo tecnologico di ritardo, e con un atto legislativo che fatica a diventare realtà, la risposta non è affatto scontata.

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