La ripresa degli ettari nasconde foreste giovani con meno capacità di stoccare carbonio e proteggere le coste

Nel 2007, un gruppo di scienziati di fama mondiale concluse che entro la fine del secolo avremmo potuto vedere un mondo senza mangrovie. La previsione suonava come una condanna per formazioni vegetali che proteggono le coste dall’erosione, ospitano biodiversità e imprigionano carbonio a tassi superiori a qualsiasi foresta tropicale terrestre. Quasi vent’anni dopo, i numeri raccontano un’inversione di rotta che nessuno si sarebbe aspettato con tanta rapidità: un’analisi pubblicata lo scorso luglio mostra che dal 2010 il Sud-est asiatico è passato da una perdita netta a un guadagno netto di mangrovie. La regione che da sola aveva rappresentato quasi il 60% delle perdite globali tra gli anni ’80 e il 2010 ha invertito la tendenza. Ma sommare ettari non basta: è l’età delle piante a fare la differenza, e il carbonio che si accumula in un suolo di mangrovia non si ricrea in fretta.

Da rosso a verde: il sorpasso imprevisto

I numeri dell’inversione sono consistenti. Secondo lo studio, tra il 2010 e il 2023 il Sud-est asiatico ha rappresentato circa il 43% del guadagno globale di mangrovie. Il Myanmar, storicamente il paese con il tasso di deforestazione a mangrovia più severo, ha visto un aumento del 10% dell’area coperta dal 2010. La perdita globale, nel frattempo, è rallentata vistosamente: secondo la Global Mangrove Alliance si è passati da una media annua dello 0,21% tra il 1996 e il 2010 allo 0,04% tra il 2010 e il 2020. Un altro lavoro scientifico aveva già ricalcolato il tasso di perdita delle foreste di mangrovie attestandolo attorno allo 0,18% annuo, una cifra più bassa delle stime precedenti. Tra le cause, l’acquacoltura emergeva come il singolo fattore più impattante: oltre 100.000 ettari rimossi, il 30% della perdita totale nel periodo analizzato.

Eppure, la contabilità degli ettari è una metrica che può trarre in inganno. Il segno più davanti alla superficie complessiva nasconde una sostituzione di qualità: le mangrovie che spuntano oggi su ex terreni agricoli abbandonati o su sedimenti costieri non sono le stesse che sono state tagliate trent’anni fa.

Foreste giovani, promesse vecchie

Il punto è tecnico e riguarda la struttura stessa di una mangrovia matura. Il carbonio non sta principalmente nei tronchi e nelle foglie — la biomassa aerea rappresenta solo una frazione dello stock totale. Il grosso è nel suolo, intrappolato in strati di torba e sedimento che si accumulano al ritmo di qualche millimetro all’anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo. Una mangrovia di cinquanta o cento anni ha costruito sotto le radici un serbatoio di carbonio che nessuna piantagione giovane può replicare in tempi umani. I ricercatori avvertono che la ripresa non è completa: le foreste di nuovo impianto sono giovani e meno capaci di fornire i pieni benefici ecologici dei sistemi maturi. Lo stesso studio regionale conferma che le nuove foreste di mangrovie non sono ancora equivalenti funzionali alle foreste antiche.

La differenza si misura in servizi concreti: una mangrovia giovane fissa carbonio, sì, ma a tassi inferiori rispetto a una foresta adulta, e non offre lo stesso livello di protezione contro le mareggiate. Le radici non hanno ancora costruito quella complessa architettura ipogea che disperde l’energia delle onde e intrappola i sedimenti. In termini ingegneristici, è come confrontare una palizzata appena piantata con una diga costruita in un secolo di depositi naturali. La forma c’è, la funzione no.

C’è anche una questione di traiettoria: le mangrovie piantate o rigenerate naturalmente su suoli degradati partono da un deficit di carbonio nel terreno che può richiedere decenni per essere colmato. Nel frattempo, il carbonio che era stato immagazzinato nelle foreste abbattute è già stato in gran parte rilasciato in atmosfera — un debito che il nuovo bosco non può saldare semplicemente crescendo.

Il carbonio sotto assedio

Se le giovani mangrovie sono una pezza parziale, la minaccia corre sulle coste dove i fronti di taglio sono ancora attivi. La deforestazione rimane una minaccia in diverse regioni, in particolare dove il terreno costiero viene convertito per agricoltura o sviluppo. Quando una mangrovia viene tagliata, non si perde solo la capacità futura di assorbire CO₂: si liberano nell’atmosfera le grandi quantità di carbonio che erano rimaste sigillate nel suolo per secoli. Ogni ettaro di mangrovia matura abbattuto è un piccolo deposito geologico che viene svuotato in una stagione.

Fermare la deforestazione, prima ancora che piantare nuove mangrovie, produce un doppio beneficio climatico: evita le emissioni immediate dal suolo e preserva la capacità della foresta superstite di continuare ad accumulare carbonio naturalmente. Il bilancio netto si regge su una variabile che non compare nelle mappe satellitari: lo stock di carbonio preesistente sotto la superficie. La cifra che conta non è l’ettaro in più o in meno, ma la tonnellata di carbonio che resta conficcata nel fango.

Il vero successo non si misura in ettari guadagnati, ma in tonnellate di carbonio che continuano a dormire sotto le radici.