IUCN valuta mentre l’ISA rinvia le regole, lasciando 125 specie senza protezione.

Lo scorso 10 luglio una lumaca è entrata nella Lista Rossa. È lunga meno di un centimetro, vive solo intorno a bocche idrotermali nell’Oceano Indiano e si chiama Lirapex felix — il nome, ironico, glielo hanno dato i ricercatori per la fortuna che hanno avuto a trovarla. Ora è ufficialmente classificata come “in pericolo critico”, e con lei si apre uno squarcio su quanto accade a quattromila metri di profondità mentre in superficie si litiga su permessi, contenziosi e codici minerari che nessuno riesce a scrivere.

La notizia dell’ingresso di Lirapex felix nella Lista Rossa IUCN è arrivata nei giorni scorsi, ma il lavoro che l’ha prodotta è il frutto di anni di catalogazione silenziosa. Dietro c’è un gruppo di scienziati volontari, la Vent Red List, coordinato dalla professoressa Julia Sigwart del Senckenberg Nature Research di Francoforte, che per l’IUCN funge da partner per le valutazioni dei molluschi di acque profonde. Il loro obiettivo è ambizioso: valutare oltre 500 specie endemiche delle sorgenti idrotermali, creature che non esistono in nessun altro luogo del pianeta.

Il 62% non è una statistica

La valutazione globale pubblicata dall’IUCN il 9 luglio scorso fissa un numero che dovrebbe far sobbalzare chiunque si occupi di regolazione mineraria: il 62% dei molluschi endemici delle sorgenti idrotermali — 125 specie su 201 censite nel mondo — è a rischio estinzione a causa dell’estrazione mineraria in acque profonde. La cifra non arriva dal nulla: già nel 2021 uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science aveva valutato 184 specie endemiche e trovato la stessa percentuale di minaccia. Oggi il campione si è allargato a 201 specie e il dato resta inchiodato. Quando un fenomeno si ripete su due assessment indipendenti a distanza di cinque anni, hai smesso di guardare un’anomalia.

Il metodo è tanto semplice quanto implacabile. Le specie che vivono esclusivamente attorno a un singolo campo di bocche idrotermali — e sono la maggioranza — dipendono da un ecosistema grande quanto qualche campo da calcio. Se quell’area viene concessa per l’esplorazione o lo sfruttamento minerario, la specie non ha un piano B. L’evidenza è nei numeri: le 25 specie che godono di una protezione locale completa grazie a misure di conservazione già in vigore sono state valutate come “Least Concern”, a rischio minimo. Dove la protezione esiste, l’estinzione arretra. Dove manca, il 62% delle specie è minacciato. Non è una correlazione: è un meccanismo causale diretto.

Eppure il dato è quasi certamente una sottostima. Come ha spiegato la stessa Sigwart nei giorni scorsi, per la stragrande maggioranza degli invertebrati di acque profonde non esistono valutazioni formali nella Lista Rossa IUCN. Il gruppo Vent Red List sta cercando di colmare questa lacuna con un lavoro che è scientificamente rigoroso ma che resta volontario: nessun grande programma istituzionale finanzia la catalogazione sistematica del rischio estinzione negli abissi. Intanto, mentre la scienza cataloga le perdite, i regolatori sono paralizzati.

Codice minerario, contenziosi e scappatoie

A Kingston, in Giamaica, lo scorso 31 luglio si è chiusa la 31ª Sessione dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini. Il Consiglio dell’ISA, riunito dal 13 al 24 luglio, non è riuscito, ancora una volta, a finalizzare il Mining Code — l’insieme di regole per lo sfruttamento minerario commerciale che avrebbe dovuto essere pronto già nel 2023. Senza quel codice, l’estrazione in acque internazionali resta formalmente bloccata, ma è un blocco pieno di falle.

Nella stessa sessione in cui falliva l’adozione delle regole, il Consiglio ha esteso il contratto di esplorazione della sussidiaria NORI, che fa capo a The Metals Company, nonostante la stessa azienda stesse contemporaneamente cercando permessi di esplorazione e sfruttamento per le medesime aree attraverso un’agenzia governativa degli Stati Uniti — una mossa che aggira di fatto la giurisdizione dell’ISA. È come se un inquilino ti chiedesse il rinnovo del contratto d’affitto mentre sta già trattando col vicino per comprare lo stesso appartamento.

Non è l’unico fronte caldo. All’inizio di luglio — lo scorso 3 luglio — due sussidiarie di The Metals Company, NORI e TOML, hanno avviato un procedimento legale contro l’ISA per bloccare un’indagine sulla loro non conformità. È il primo caso in cui un contractor porta l’Autorità in tribunale per impedire di essere controllato, e segna un salto di qualità nella tensione tra regolatore e industria.

Da marzo 2026 l’ISA è sotto una pressione crescente per accelerare le regole minerarie, con minacce esplicite di estrazione unilaterale al di fuori del sistema UNCLOS — la convenzione ONU sul diritto del mare che dovrebbe essere il quadro giuridico di riferimento per tutti. L’IUCN, dal canto suo, ha una posizione chiara fin dal 2021: moratoria sull’estrazione mineraria in acque profonde. Ma una moratoria ha bisogno di essere adottata da chi siede al tavolo delle decisioni, e a Kingston il tavolo si è svuotato senza produrre né codice né sospensione.

Il risultato è uno stallo che ha la forma di un paradosso: l’industria spinge per avere regole, ma quando le regole tardano minaccia di farne a meno; le ONG e la comunità scientifica chiedono una moratoria precauzionale, ma intanto i contratti di esplorazione vengono rinnovati; e sul fondo dell’oceano, specie come Lirapex felix continuano a esistere in un limbo giuridico dove la loro sopravvivenza dipende dalla lentezza di un negoziato diplomatico. Per chi estrae, il rischio è reputazionale. Per le 125 specie endemiche che la Lista Rossa ha appena censito come minacciate, il rischio è l’estinzione. E l’estinzione non ha appello.