Un terzo del fertilizzante mondiale passa da Hormuz, mentre il clima riduce i terreni di alta qualità
415 milioni di euro. Tanto ha guadagnato Arla Foods nel 2025, l’anno in cui il numero di allevamenti da latte in Gran Bretagna ha sfondato la soglia psicologica delle settemila unità e un terzo del fertilizzante azotato mondiale ha continuato a viaggiare in una manciata di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo scenario, documentato da un’analisi pubblicata ieri dal Sustainable Food Trust, restituisce il paradosso di un settore lattiero-caseario britannico che macina profitti mentre si scopre ogni giorno più fragile. La mutazione è in corso da anni, ma ora i numeri impongono una domanda: chi sta vincendo e chi, invece, sta sparendo?
La metamorfosi silenziosa
Sfogliare la brochure promozionale del settore significa ancora trovare verdi pascoli, vacche al prato e contadini con il cappello di tweed. Poi si leggono le inchieste. Già nel 2017, un’indagine del Bureau of Investigative Journalism e del Guardian aveva censito centinaia di mega-allevamenti di polli e maiali spuntati in tutto il Regno Unito. Un anno dopo, nel 2018, il Bureau rivelava l’arrivo sul suolo britannico delle prime feedlot intensive per bovini da carne, copiate dal modello statunitense.
Ora, a maggio 2026, un nuovo rapporto dello stesso Bureau completa il quadro: il numero di allevamenti da latte che tengono le vacche permanentemente al chiuso è più che raddoppiato nell’ultimo decennio, passando da circa settanta a centottanta. E non solo: i cosiddetti «megadairies», le stalle con più di settecento capi, sono oggi oltre quaranta e la più grande di esse ospita 2.600 mucche. Il contadino con il cappello di tweed è stato sostituito da un software di gestione della mandria e da un silos per il concentrato.
Conti in rosso e in nero
La domanda è inevitabile: chi beneficia di questa ristrutturazione? La risposta ha un nome e un bilancio. Arla Group, il colosso che produce il burro Anchor e fornisce latte a marchio Asda, ha chiuso il 2025 con un utile netto di 415 milioni di euro. Una cifra record, che la cooperativa ha in parte redistribuito ai propri soci agricoltori con un pagamento supplementare di 2,2 centesimi di euro per chilo di latte, come si legge nel comunicato ufficiale di febbraio 2026.
Nel frattempo, gli altri sono scomparsi. Nell’aprile 2024, secondo i dati di Farmers Weekly, i produttori di latte in Gran Bretagna erano già scesi a 6.850 unità, meno della metà dei quindicimila che resistevano all’inizio degli anni Duemila. E l’inverno del 2025, con il crollo dei prezzi del latte alla stalla, la carenza di foraggio per alcune aziende e l’impennata dei costi di produzione, ha dato un’ulteriore accelerata a quella che non è più una semplice contrazione ma un’emorragia. La soglia delle settemila stalle, violata per la prima volta l’anno scorso, è ormai un ricordo: oggi la cifra è ancora più bassa.
Il collo di bottiglia: Hormuz e il clima
Perché la vera fragilità non sta solo nel numero di allevamenti, ma nei flussi globali che li tengono in piedi. Lo stesso dossier del Sustainable Food Trust ricorda un dato che dovrebbe togliere il sonno a qualsiasi pianificatore della filiera: un terzo del fertilizzante azotato mondiale, indispensabile per far crescere l’erba e il mais che finiscono nelle mangiatoie, transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia geopolitico presidiato da navi militari e minacciato periodicamente da crisi mediorientali.
Se la politica non è un buon vicino di casa, il clima lo è ancora meno. Le proiezioni elaborate per l’Inghilterra e il Galles indicano che, senza un serio adattamento, la quota di terreni agricoli di «alta qualità» potrebbe crollare dal 38 per cento attuale all’11 per cento entro il 2050, in uno scenario di riscaldamento di 2°C. Significa che undici punti percentuali di suolo buono dovranno sfamare un settore costruito su ben altre premesse.
Ecco la domanda che nessun bilancio trimestrale di Arla può esaurire: cosa succede quando il passaggio di Hormuz smette di essere un fastidio e diventa un blocco? O quando l’undici per cento di terra buona impone una tagliola a un modello produttivo che non ha mai smesso di crescere? La concentrazione degli allevamenti, il declino demografico dei piccoli e l’intreccio con materie prime che arrivano dall’altra parte del mondo non sono solo inefficienze di breve periodo. Sono il profilo di un’industria che si è mangiata la propria resilienza e ora si scopre esposta alle due variabili più ingovernabili della nostra epoca: la geografia e il clima.




