La legge C. 2984 non esclude dalla caccia specie in declino come pernice bianca e allodola
Bastano due nomi: pernice bianca e allodola. Lo scorso 14 luglio, davanti alla XIII Commissione Agricoltura della Camera dei deputati, Ispra ha spiegato che la proposta di legge C. 2984 non prevede l’esclusione dalla lista delle specie cacciabili neppure di quelle in cattivo stato di conservazione. Il contenuto dell’audizione è stato rilanciato nei giorni successivi da diverse associazioni; ora, 61 associazioni ambientaliste, animaliste, escursionistiche e scientifiche hanno inviato una lettera al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin chiedendo una presa di posizione netta contro la legge in discussione in queste settimane, quella che — scrivono — «vuole consegnare gli animali selvatici e la natura nelle mani dei cacciatori».
Il paradosso è già nel titolo del provvedimento: reca la dicitura «protezione della fauna selvatica», ma secondo Ispra non contempla alcuna misura per ridurre l’impatto dei cacciatori sulle specie animali più a rischio. La critica tecnica è triplice e, per chi gestisce la fauna sul territorio, parla un linguaggio molto concreto.
Il paradosso della pernice bianca
L’audizione informale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale si è tenuta nell’ambito dell’esame della C. 2984, e ha messo in fila tre vulnerabilità. La prima riguarda proprio la mancata esclusione dalla lista delle specie cacciabili di quelle in cattivo stato di conservazione: pernice bianca e allodola restano prelevabili, anche senza piani di gestione che ne accompagnino l’eventuale prelievo. La seconda riguarda la riapertura della possibilità di cattura degli uccelli migratori, che secondo Ispra si pone in contrasto con le Direttive europee. La terza è l’assenza di qualunque misura volta a ridurre la pressione venatoria sulle specie più fragili.
Visto da vicino, il meccanismo è semplice da descrivere e complicato da giustificare: una legge che riforma il prelievo venatorio senza introdurre strumenti di tutela scientifica rovescia l’onere. Non sono i cacciatori a dover dimostrare che il prelievo è sostenibile; sono le specie a dover sopportare prelievi che nessun dato viene chiamato a giustificare. Per una legge che si intitola alla protezione della fauna selvatica, è il cortocircuito che Ispra ha messo nero su bianco il 14 luglio.
Un testo già blindato
Come si arriva a un testo con queste lacune? La genesi politica aiuta a capire. Il disegno di legge è stato presentato dai senatori Malan, Romeo, Gasparri e Salvitti, esponenti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Civici d’Italia: quattro senatori di maggioranza hanno costruito un percorso già segnato. La proposta di legge C. 2984, approvata dal Senato, reca modifiche alla legge 11 febbraio 1992, n. 157 ed è stata adottata dalla Commissione come testo base. A livello europeo, la comunicazione della Commissione europea in relazione al disegno di legge contiene osservazioni preventive su disposizioni ancora in corso di esame parlamentare, che — è bene precisarlo — non sono da intendersi come una declaratoria di incompatibilità unionale di norme vigenti. In altre parole: il vincolo europeo, al momento, ha la forma di un richiamo, non di una censura. Ma il percorso parlamentare appare già blindato, e la riforma rischia di aggravare la posizione del Paese in ambito Ue.
Il conto aperto con l’Europa
Il banco di prova, sul campo, sono gli obblighi comunitari. La Commissione europea ha richiamato l’assoluto obbligo di attenersi alle date di migrazione prenuziale indicate nel documento Key Concept Documents: un punto tecnico, che però decide in concreto quali giorni del calendario venatorio sono compatibili con la Direttiva Uccelli e quali no. Il terzo motivo di contestazione della Commissione riguarda la caccia su specie di uccelli durante la migrazione e su specie in cattivo stato di conservazione, in assenza di piani di gestione o, quando presenti, di piani non attuati.
Il quadro non è astratto. L’Italia è sotto esame della giustizia europea per la possibilità di praticare l’attività venatoria in periodi dell’anno in cui non è consentita e persino nelle zone protette, in chiara violazione della Direttiva Uccelli. E la maggioranza ha mostrato l’intenzione di accelerare: la XIII Commissione Agricoltura della Camera dei deputati è stata convocata perfino in pieno agosto. A che punto siamo davvero, tra riforma nazionale e vincoli europei? La risposta, allo stato, è che i due piani corrono in direzioni opposte.
Il nodo non è la caccia in sé, ma la produzione normativa che ignora i dati scientifici e i vincoli comunitari. Per chi gestisce la fauna sul territorio, il trade-off è tra una riforma politica già incardinata e la tenuta del sistema di tutele europee, con procedure d’infrazione già avviate e un calendario venatorio che — se la C. 2984 dovesse diventare legge — andrebbe riscritto alla luce di regole che il testo, oggi, non sembra in grado di rispettare.




