La norma esisteva dal 2009 ma solo nel 2024-2025 due tribunali hanno archiviato accuse contro difensori ambientali

Per quindici anni la norma anti-SLAPP della legge indonesiana del 2009 sulla protezione ambientale è rimasta lettera morta. Tra il 2024 e il 2025 due tribunali l’hanno applicata per archiviare accuse contro difensori ambientali. Sembra il dettaglio tecnico di una buona notizia; è invece la lente che rende misurabile un paradosso: un Paese che da un lato sdogana la tutela legale e dall’altro militarizza i progetti agro-energetici. Secondo il report pubblicato da Human Rights Watch lo scorso 28 luglio, gli attivisti in Indonesia sono presi di mira per aver protestato contro appropriazioni di terre, deforestazione e inquinamento. Il titolo del documento, “Indonesia: Environmentalists, Indigenous Leaders Unjustly Prosecuted”, è già una tesi.

L’eccezione che misura la repressione

In due casi recenti discussi davanti ai tribunali indonesiani, le accuse contro difensori ambientali sono state archiviate in base alla cosiddetta legislazione anti-SLAPP. Lo documenta l’Università di Oslo: si tratta delle prime due applicazioni giurisprudenziali di questo concetto, derivato dalla legge sulla protezione ambientale del 2009 e rimasto inattuato fino al 2024-2025.

Che la legge fosse disponibile da quindici anni e sia stata usata solo adesso è il dato tecnico che conta: non descrive un sistema che si apre, ma un sistema in cui la protezione legale è l’eccezione, non la regola. Il punto è cosa accade fuori dalle aule mentre i tribunali smettono di colpire due difensori. Secondo Human Rights Watch, citato da Mongabay, l’amministrazione del presidente Prabowo Subianto ha intensificato la repressione sulla libertà di espressione. Si crea così un’isola giuridica dentro un’amministrazione che preme sull’acceleratore della criminalizzazione: la tutela legale cresce nello stesso momento in cui cresce la pressione militare sui territori.

La macchina statale e i numeri di Merauke

Lo stesso rapporto di Human Rights Watch descrive un governo che ha progressivamente schierato l’esercito per ampliare operazioni minerarie statali, piantagioni di palma da olio, progetti infrastrutturali e le cosiddette “food and energy estates”, che includono colture alimentari e biocarburanti soprattutto a Sumatra, Kalimantan, Sulawesi, Molucche e Papua.

I numeri del caso più visibile, il progetto NSP a Merauke, arrivano da una comunicazione degli esperti delle Nazioni Unite: si stima che oltre 50.000 persone indigene in 40 villaggi attorno e dentro l’area di progetto saranno direttamente colpite dall’attuazione. Fin dal maggio 2024 il disboscamento è iniziato, con oltre 6.000 ettari già sviluppati e coltivati senza uno studio ambientale strategico né un’approvazione di fattibilità ambientale. Le stesse amministrazioni che tollerano le prime vittorie anti-SLAPP hanno quindi schierato l’esercito per allargare miniere, piantagioni e food estate. Resta aperta una domanda: chi trasforma quella terra in materia prima, e a quali condizioni?

La filiera dei trader: il 40% che non arriva in tribunale

Se il progetto NSP è il caso più visibile, il problema è strutturale anche a monte, nella filiera degli oli e dei biocarburanti. Quasi il 40% dei mulini campionati che riforniscono ADM e Bunge, secondo un’indagine di Global Witness, è stato accusato di violare i diritti fondiari delle comunità locali, criminalizzare o attaccare i difensori e/o causare grave degrado ambientale. Gli stessi abusi contestati agli attivisti compaiono nella filiera a monte: la repressione dei difensori e le violazioni nei mulini si alimentano a vicenda.

Le due archiviazioni anti-SLAPP proteggono chi denuncia, ma non fermano i bulldozer. Il dato del 40% dei mulini non arriva in tribunale: è il punto cieco che le due vittorie legali non illuminano. Le vittorie dei difensori indonesiani sono reali ma isolate: la repressione si sposta dai tribunali ai territori e la filiera globale resta il punto cieco. Per chi opera nelle filiere agro-energetiche il trade-off è concreto: accettare materie prime legate a violazioni di diritti o pretendere tracciabilità.