Fondo da 16 milioni per furgoni elettrici esaurito in 50 minuti, in Europa immatricolazioni +44%
Cinquanta minuti. Tanto è bastato, lo scorso 29 luglio, per ordinare molti più veicoli commerciali elettrici di quanti ne siano stati immatricolati in tutta la prima metà del 2026: lo ha osservato Francesco Naso. L’incentivo per l’acquisto di nuovi veicoli commerciali si è esaurito in meno di un’ora, con i furgoni elettrici protagonisti assoluti della corsa agli ordini. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva riservato 16 milioni di euro ai mezzi elettrici e altri 24 milioni indipendenti dall’alimentazione.
Cinquanta minuti contro sei mesi di mercato
Il paradosso è nei numeri. Nel 2025, mentre il resto d’Europa accelerava, l’Italia frenava: secondo Naso, è stato l’unico grande Paese europeo a registrare un rallentamento delle vendite di veicoli commerciali elettrici. Eppure, alla prima finestra utile, il fondo si è svuotato in pochi minuti. La domanda non era morta: era rimasta compressa. Già dalla fine del 2024 gli incentivi aggiuntivi per i veicoli N1 e N2 annunciati non avevano trovato applicazione concreta al momento della redazione del rapporto Clean Cities, e l’attesa dei provvedimenti ha contribuito a rinviare le decisioni di acquisto. Chi preme il pulsante all’ora X non è un astrofisico: è un artigiano o una piccola impresa con un furgone da sostituire.
Chi vince e chi perde la corsa all’Ecobonus
A contendersi i voucher nei primi minuti sono proprio i soggetti che ogni giorno mettono su strada i veicoli N1 e N2. Quegli stessi veicoli sono i mezzi più utilizzati da artigiani e piccole imprese, nella logistica dell’ultimo miglio e nelle flotte commerciali. Per loro il bonus non è un dettaglio: è spesso la condizione per sostituire un furgone endotermico senza far saltare i conti. Chi arriva dopo i primi minuti — o chi non può stare davanti a un portale nel giorno giusto — resta fuori. Il meccanismo premia chi ha liquidità immediata e riflessi rapidi, penalizza chi pianifica gli acquisti su un trimestre o un semestre.
Il copione non è nuovo. Già a fine ottobre 2025, per il bonus auto erano stati emessi voucher per 481 milioni di euro in sei ore dall’avvio della piattaforma. E la corsa di fine luglio arriva dopo mesi di attesa: gli incentivi aggiuntivi per i veicoli N1 e N2 annunciati dalla fine del 2024 non avevano ancora trovato applicazione concreta al momento della redazione del rapporto Clean Cities, e l’attesa dei provvedimenti ha contribuito a rinviare le decisioni di acquisto. In pratica, il mercato è stato tenuto in sospeso e poi invitato a fare tutto insieme.
Il confronto con l’Europa mostra chi resta indietro. Secondo l’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA), i furgoni ricaricabili sono cresciuti del 41,6% nel primo semestre 2026, salendo al 13,2% di quota contro il 9,5% del primo semestre 2025; nello stesso periodo, in Italia le immatricolazioni di van sono calate del 4,7%. Nel primo trimestre 2026, considerando Unione europea, EFTA e Regno Unito, le immatricolazioni di furgoni elettrici sono aumentate del 44%, raggiungendo una quota del 12,9% contro il 9,5% dello stesso periodo del 2025, secondo i dati raccolti dalla campagna Clean Cities. Fuori dall’Italia i furgoni elettrici corrono;
dentro l’Italia ogni bonus diventa una lotteria.
Dopo il clic, il vuoto delle ricariche
Non è una sorpresa che Motus-E chieda una pianificazione più strutturata e programmatica degli strumenti di supporto al mercato. Il nodo non è solo l’importo dei fondi: è la prevedibilità. Francesco Naso ricorda che esiste il fondo del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dedicato alle infrastrutture di ricarica nelle aziende, uno strumento da 90 milioni di euro. Ma un fondo che esiste sulla carta non basta, se le imprese non sanno quando potranno accedervi e se le colonnine non sono pronte quando il furgone elettrico entra in flotta.
La domanda resta aperta: quante imprese resteranno fuori prima che l’Italia smetta di vivere di bonus a tempo? Per ora il Paese alterna pause lunghe e accelerazioni violente. Chi non arriva nei primi minuti paga il prezzo di un sistema che premia la velocità di clic, non la pianificazione degli investimenti.
Il lampo dei cinquanta minuti non è una vittoria della transizione, ma la prova di una politica a singhiozzo. Se gli incentivi restano episodi isolati e le infrastrutture di ricarica aziendale non decollano, la domanda esploderà di nuovo per poi spegnersi altrettanto in fretta.




