Lo studio attribuisce al riscaldamento la maggiore probabilità del meteo da incendio, ma non la responsabilità dell’area bruciata

Venti volte più probabile. È il moltiplicatore che il World Weather Attribution assegna al meteo che ha alimentato gli incendi nella Spagna centrale: condizioni che un tempo erano rare ora si ripresentano ogni sei anni. Secondo lo studio di attribuzione pubblicato lo scorso 31 luglio, il cambiamento climatico ha reso il meteo favorevole agli incendi almeno due volte più probabile in Francia e almeno venti volte più probabile in Spagna. Eppure, quando la Spagna bruciava nel 2025, su quasi 5 miliardi di perdite economiche solo un miliardo era assicurato, come ha ricostruito Vickery. A due mesi da quello studio, quel divario non è una nota a margine: è il cuore del problema.

Il moltiplicatore del rischio

Nel clima attuale, ormai circa 1,4°C più caldo rispetto all’era preindustriale, il meteo alla base di incendi così intensi si può attendere ogni vent’anni nel sud-ovest della Francia e ogni sei anni nella Spagna centrale, secondo l’analisi del WWA basata sul confronto tra le condizioni estive storiche e quelle di quest’anno. Gli incendi partiti nei pressi di Saumos, lo scorso 22 luglio, hanno bruciato circa 42.000 ettari e costretto all’evacuazione di circa 220.000 persone da 23 comuni della Gironda. Ma cosa significa davvero «più probabile»? Lo studio stesso traccia confini precisi.

Quello che lo studio non dice

Il moltiplicatore è impressionante, ma basta leggere le righe piccole per capire che il messaggio è più sfumato. Lo studio stesso si presenta come un’analisi di attribuzione del meteo favorevole agli incendi, non degli incendi stessi, e non stabilisce che il cambiamento climatico abbia causato i fuochi, né che sia responsabile dell’area bruciata o delle perdite che ne derivano. In altre parole: la scienza risponde a una domanda precisa — quanto il riscaldamento ha reso più probabile il meteo da incendio — e si ferma lì.

Imma Oliveras Menor, ricercatrice senior all’Università di Oxford, ha osservato in una dichiarazione via email che lo studio non ha tenuto conto delle pratiche di gestione del territorio che potrebbero aver contribuito alla diffusione o alla causa diretta degli incendi. È un limite noto a questo tipo di analisi: il fuoco non dipende solo dal meteo, ma da quanto combustibile c’è a terra e da come è gestito. In questo caso, come ricostruisce il WWA, l’accumulo di vegetazione favorito da un inverno umido, poi essiccato, ha reso i combustibili altamente infiammabili e ha aumentato l’intensità degli incendi.

Il contesto è quello di un’estate, la 2026, in cui l’Europa occidentale ha affrontato incendi boschivi diffusi e intensi dopo mesi di siccità e periodi di caldo estremo, con i fuochi più gravi che alla fine di luglio colpivano il sud-ovest della Francia e il centro e l’est della Spagna. Il perimetro, insomma, è solido ma stretto: racconta quanto il riscaldamento abbia spostato le probabilità di un meteo da incendio, non dice nulla su chi abbia deciso dove piantare, dove costruire, dove fare manutenzione. E questi fattori, quando il fuoco arriva, fanno la differenza tra una stagione bruciata e una catastrofe. Resta una domanda: se la scienza non può stabilire responsabilità sull’area bruciata, chi risponde dei costi?

Il conto che nessuno vuole pagare

La domanda non è retorica: i numeri economici sono già sul tavolo. In Francia, secondo l’agenzia di rating Morningstar DBRS, le perdite totali potrebbero raggiungere i 10-15 miliardi di euro, con perdite assicurate di diversi miliardi. La formulazione è prudente ma, tradotta, dice che una quota consistente del danno resterà scoperta. Il precedente spagnolo del 2025 sta lì a ricordare quanto può essere ampio il divario: quasi 5 miliardi di perdite economiche, solo un miliardo assicurato. Un quinto.

Quando il rischio diventa venti volte più probabile ma la copertura resta ferma, il conto ricade su famiglie, comuni e bilanci pubblici. E mentre il clima continua a scaldarsi, la prossima stagione degli incendi non chiede permesso: la vera incognita è con quali risorse di prevenzione e di copertura il sistema intenda affrontarla.

La prossima volta che il meteo diventa fuoco, il conto arriverà comunque: la vera incognita è chi lo pagherà.