Dal 2000 al 2025 persi 195 milioni di ettari di foreste intatte: dopo il 2020 il fuoco supera la motosega
22.000 ettari al giorno: è il ritmo medio con cui il pianeta ha perso i suoi ultimi paesaggi forestali intatti tra il 2000 e il 2025, 8,1 milioni di ettari l’anno. Lo documenta l’analisi pubblicata lo scorso luglio dal World Resources Institute, costruita sul dataset aggiornato dei paesaggi forestali intatti: foreste estese e non ancora frammentate da strade o disboscamenti, capaci di funzionare come unità autonome. Un numero che, da solo, dice più di qualsiasi dichiarazione d’intenti.
La fotografia che accelera
Secondo Global Nature Watch, il nuovo nome di Global Forest Watch, l’estensione globale dei paesaggi forestali intatti è diminuita del 15% tra il 2000 e il 2025: 195 milioni di ettari in meno in un quarto di secolo. La perdita non è stata uniforme. Il tasso medio di riduzione è passato da 7,1 milioni di ettari l’anno tra il 2000 e il 2013 a 9,4 milioni tra il 2014 e il 2025, e i dati del progetto IFL mostrano un’ulteriore accelerazione: prima del 2013 si viaggiava attorno a 7 milioni di ettari l’anno, dopo il 2020 il ritmo è salito a 10 milioni.
Il dato geografico più pesante arriva dalla Russia, che nel quarto di secolo ha perso 53 milioni di ettari di paesaggi forestali intatti, la riduzione più ampia in assoluto. Ma la novità vera non è solo quantitativa. Tra il 2020 e il 2025 gli incendi sono stati la principale causa di riduzione, con quasi il 40% della superficie persa. Il fuoco ha preso il posto della motosega — e non è una sorpresa arrivata dal nulla: le analisi precedenti del progetto IFL avevano già registrato una triplicazione della perdita di foreste tropicali intatte nel 2011-13 rispetto al 2001-03.
La sostituzione della motosega con il fuoco cambia la natura del problema. Il taglio, per quanto distruttivo, è una decisione umana: localizzabile, pianificabile, regolabile. L’incendio si propaga da solo, supera i confini, non risponde a permessi o moratorie e colpisce anche le aree che nessuna pianificazione aveva destinato al prelievo. È una perdita che la governance forestale, costruita per disciplinare i tagli, fa più fatica a intercettare.
Il paradosso: più valgono, più bruciano
Se il fuoco è diventato il primo motore della riduzione, il problema non è più soltanto il taglio. Le foreste incontaminate immagazzinano più carbonio per unità di superficie rispetto alle foreste degradate o alle piantagioni: quando bruciano, il carbonio torna in atmosfera in quantità sproporzionata rispetto a un prelievo selettivo. E non è solo una questione di stock. Queste foreste forniscono habitat per la maggior parte delle specie native e, bloccando l’accesso stradale, limitano il bracconaggio. In altre parole, il valore ecologico è concentrato proprio dove oggi il fuoco morde di più.
Il paradosso ha una dimensione numerica precisa. La perdita media è passata da 7,1 a 9,4 milioni di ettari l’anno, un salto di oltre due milioni di ettari che coincide con l’ingresso degli incendi tra le cause dominanti. Non stiamo perdendo più foreste qualsiasi: stiamo perdendo più in fretta le foreste che contano di più come serbatoi di carbonio e rifugi di biodiversità.
Rod Taylor, direttore globale per le foreste e la conservazione della natura del World Resources Institute, ha spiegato alla BBC che le foreste sono ben attrezzate per affrontare il clima normale, ma che di fronte a incendi e siccità così intensi bisogna lavorare per renderle più resilienti, «a prova di clima e fuoco». Il punto tecnico non è più se proteggere: è come, con quali strumenti e a quale costo.
La certificazione alla prova del fuoco
Una delle risposte alla governance di queste foreste è arrivata nel 2014 dal Forest Stewardship Council, che ha incorporato i paesaggi forestali intatti nello standard di protezione delle foreste ad alto valore di conservazione, con la Motion 65. È uno strumento pensato soprattutto contro la frammentazione da taglio e infrastrutture. Resta aperta la domanda: gli standard attuali possono rendere le foreste più resilienti a incendi e siccità più intensi, o servono regole nuove?
I numeri non lasciano scampo: proteggere ciò che resta non è un’opzione tecnica, ma una corsa contro l’accelerazione. E gli attuali meccanismi di tutela potrebbero non bastare.




