Il progetto Siedlce BESS da 600 MW e 2,4 GWh entrerà in costruzione nel 2025
Nella terra dove ancora si estrae lignite a cielo aperto, tra Varsavia e il confine bielorusso, sta per sorgere un impianto che non ha eguali sul continente. Il progetto Siedlce BESS — stando al comunicato stampa di Greenvolt diffuso lo scorso 1° luglio — promette 600 megawatt di potenza e 2,4 gigawattora di capacità di accumulo. Numeri che lo renderebbero il più grande sistema di stoccaggio a batteria della Polonia e uno dei maggiori in Europa. Paradosso polacco o nuovo corso della transizione? La domanda non è retorica, perché qui carbone e batterie dovranno convivere per anni, forse per un decennio, nello stesso sistema elettrico.
La terra del carbone accende la batteria
La Polonia brucia ancora carbone per oltre il 60% della sua elettricità. Le miniere della Slesia e i giganteschi scavi a cielo aperto di Bełchatów e Turów sono il cuore pulsante — e sempre più il problema — di un Paese che fatica a immaginarsi senza lignite. Eppure, a Siedlce, nel voivodato della Masovia, il gruppo portoghese Greenvolt ha deciso di puntare su una scala mai vista prima: 600 MW di capacità e 2,4 GWh di stoccaggio, equivalenti al fabbisogno medio di centinaia di migliaia di famiglie per diverse ore. L’annuncio di Greenvolt è arrivato in sordina sui canali social dell’azienda, ma i numeri parlano chiaro.
João Manso Neto, CEO di Greenvolt Group, ha spiegato che «l’accumulo di energia è un fattore abilitante critico per sistemi energetici più resilienti e flessibili, a supporto della crescita continua delle rinnovabili». Parole che suonano quasi provocatorie in un Paese dove il carbone è ancora sinonimo di sicurezza energetica e posti di lavoro. Ma il punto è proprio questo: senza accumulo, l’eolico e il solare restano intermittenti. Senza batterie, la transizione polacca rischia di naufragare prima ancora di cominciare. Il progetto Siedlce non è un esperimento: entrerà in costruzione già nel terzo trimestre di quest’anno e le operazioni commerciali sono previste per la fine del 2027.
Gigawatt e giganti: chi c’è dietro
Dietro i numeri da record ci sono attori globali e una strategia precisa. Greenvolt non è un newcomer dell’energia: il gruppo ha un portafoglio globale di 12,8 GW e, solo in Polonia, vanta 2.595 MW in progetti di batterie di accumulo. La scelta del partner tecnologico racconta molto sulla direzione del mercato: BYD Energy Storage, colosso cinese che nel 2025 ha consegnato oltre 60 GWh di sistemi BESS, posizionandosi al primo posto globale per volumi. Non stiamo parlando di un fornitore emergente, ma del numero uno mondiale, che ha già collaborato con Greenvolt in passato.
Già a marzo 2025, infatti, le due aziende avevano firmato il primo accordo con BYD per la fornitura di tecnologia di accumulo destinata ai progetti di Turośń Kościelna e Nowa Wieś Ełcka, due impianti da 200 MW / 800 MWh ciascuno, per una capacità combinata fino a 1,6 GWh. Era la prima partnership tra le due società. Ora, con Siedlce, il salto è netto: si passa da 400 MW complessivi a 600 MW in un singolo progetto. E la capacità di stoccaggio quadruplica, passando da 1,6 a 2,4 GWh per il solo impianto di Siedlce. Il messaggio è chiaro: l’accumulo su larga scala non è più una scommessa, ma un pilastro industriale.
Il coinvolgimento di BYD non è casuale. L’azienda cinese sta consolidando una posizione dominante in Europa, mentre i produttori locali faticano a competere su scala e costi. L’accordo tra Greenvolt e BYD suggerisce che la corsa al gigantismo delle batterie è trainata da fornitori extra-europei, con tutto ciò che questo comporta in termini di dipendenza tecnologica e geopolitica. La Polonia, tradizionalmente gelosa della propria sovranità energetica, si trova a importare non più solo gas russo — da cui si è progressivamente svincolata — ma tecnologia cinese per gestire la transizione. Un paradosso che meriterebbe più attenzione nel dibattito pubblico.
Cosa resta aperto: integrazione e regole
Eppure, il vero banco di prova non è la costruzione, ma l’integrazione in una rete ancora dominata dal carbone. Le batterie da sole non bastano. Servono regole di mercato che ne riconoscano il valore, meccanismi di remunerazione chiari, capacità di dispacciamento che oggi in Polonia sono ancora in buona parte appannaggio degli impianti termoelettrici. Il gestore della rete polacca, PSE, dovrà gestire l’immissione di 600 MW di potenza flessibile in un sistema abituato a fonti programmabili. E il mercato della capacità, che in Polonia esiste ma è stato storicamente calibrato sulle centrali a carbone e gas, dovrà adattarsi a risorse che rispondono in millisecondi ma hanno una durata limitata di erogazione.
La domanda cruciale non riguarda solo la quantità di energia immagazzinabile, ma a chi servirà e con quali regole. I 2,4 GWh di Siedlce potrebbero essere utilizzati per stabilizzare la rete durante i picchi di domanda, per immagazzinare l’eccesso di produzione eolica nelle ore notturne, o per offrire servizi di bilanciamento. Ma senza un quadro regolatorio certo, il rischio è che questa capacità resti sottoutilizzata, come è accaduto in altri mercati europei dove le batterie sono state installate prima che le regole fossero pronte. La Polonia ha l’opportunità di non ripetere gli errori altrui. Ma anche la possibilità di sprecarla.
La risposta non è solo tecnologica, ma politica. Il governo di Varsavia, che continua a difendere il carbone in sede europea mentre silenziosamente autorizza progetti rinnovabili e di accumulo, si trova a un bivio. Sfrutterà questa batteria per accelerare la transizione, magari accompagnandola con una riforma del mercato elettrico e un potenziamento delle interconnessioni? O Siedlce resterà un gigante isolato in un sistema vecchio, un monumento alla modernità in un paesaggio energetico ancora otto-novecentesco? I prossimi diciotto mesi — quelli che ci separano dall’avvio dei lavori e dall’entrata in esercizio — ci daranno la risposta. Ma il paradosso polacco, oggi, ha un nome e un numero: Siedlce, 600 megawatt.




