Le cinque nazioni su sei nel Triangolo dei Coralli non hanno un gruppo di valutazione accreditato
La scadenza del 2030: l’ambizione globale della Green List
La prima bozza dello standard risale al 2012, ma è due anni dopo, al World Parks Congress di Sydney nel 2014, che la Green List viene presentata come lo strumento per distinguere le aree protette gestite in modo efficace, equo e partecipato. L’obiettivo è stato ribadito più volte: coinvolgere almeno 1.000 siti entro il 2030. Una progressione che, sulla carta, dovrebbe spingere governi e agenzie di conservazione ad allinearsi ai criteri internazionali.
Il Triangolo dei Coralli, con i suoi sei paesi (Indonesia, Malesia, Filippine, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Est), è uno dei teatri naturali in cui questo traguardo andrebbe centrato in fretta. La regione copre la più alta biodiversità marina del pianeta e da anni opera attraverso il partenariato CTI-CFF, nato per sostenere le risorse marine e costiere. Eppure, nonostante i campanelli d’allarme, i numeri raccontano di una base ancora fragile. L’incontro di Kota Kinabalu era l’ennesimo tentativo di accelerare i processi di certificazione, ma ha finito per mettere a nudo un collo di bottiglia che rischia di lasciare intere regioni fuori dal perimetro della Green List.
Capacità in affanno: il collo di bottiglia nascosto
Dietro i comunicati ottimistici si nasconde un problema strutturale. Secondo il dott. Frank Griffin, la Malesia è al momento l’unico paese del CT6 con un Expert Assessment Group for the Green List (EAGL) accreditato. L’EAGL è il gruppo di esperti indipendenti che valuta i siti candidati; senza un gruppo riconosciuto, nessun parco marino di un paese può ottenere la certificazione IUCN. Tradotto in pratica: cinque nazioni su sei nel Triangolo dei Coralli, pur ospitando aree marine di importanza planetaria, oggi non possono nemmeno avviare la procedura di valutazione.
E anche dove lo strumento di analisi viene applicato, le distanze dalla sufficienza restano ampie. Il rapporto GLSAT per il sito di Munda, ad esempio, ha mostrato un allineamento complessivo del 76%, ancora lontano da quello che servirebbe per ottenere il marchio. Il dato scorporato per componente – dalla governance alla rendicontazione ecologica – indica priorità di miglioramento che richiederebbero investimenti, formazione e una macchina amministrativa solida. Senza gruppi di valutazione locali e senza un accompagnamento tecnico, il rischio è che la corsa al bollino si trasformi in un percorso a ostacoli che solo pochi paesi possono affrontare con le proprie gambe.
Oltre il bollino: vincitori e vinti della certificazione
A pagare le conseguenze di questo collo di bottiglia non sono solo i governi. Per le comunità che vivono di pesca e turismo sostenibile, l’assenza di un riconoscimento internazionale può tradursi in minori fondi, minore visibilità e una protezione che resta solo sulla carta. La forbice con chi il percorso lo ha già completato è netta. Nel giugno dello scorso anno, la rete di aree marine protette della California è diventata la prima rete ecologica certificata nella IUCN Green List: un sistema integrato che ha richiesto anni di preparazione e risorse che un paese a basso reddito difficilmente riesce a mobilitare.
A complicare il quadro c’è anche l’esistenza di programmi paralleli. I Blue Park Awards, istituiti nel 2017 dal Marine Conservation Institute, premiano le aree marine protette con standard elevati e rappresentano un’alternativa che, se da un lato moltiplica le possibilità di riconoscimento, dall’altro frammenta gli sforzi e può disperdere le già scarse energie amministrative. Si va così delineando un sistema a due velocità: da una parte le reti ecologiche certificate di paesi con strumenti di valutazione solidi e gruppi di esperti accreditati, dall’altra una lunga lista di candidati che arrancano nel tentativo di entrare nel club.
Mentre il 2030 si avvicina, la domanda non è più solo quanti parchi potranno esibire il marchio IUCN, ma se quel marchio rappresenterà una gestione davvero equa e sostenibile della biodiversità marina o soltanto un élite della conservazione globale, pronta a espandersi là dove le capacità sono già mature e a lasciare indietro chi avrebbe più bisogno del bollino per difendere i propri ecosistemi.




