La media nazionale sfiora le quaranta ore settimanali, contro le trentadue dei Paesi Bassi, mentre Bruxelles discute la settimana corta

A dieci mesi dall’approvazione, i numeri raccontano una storia diversa da quella ufficiale: la Grecia aveva già la settimana lavorativa più lunga d’Europa prima di allungarla ulteriormente. Lo scorso ottobre, il Parlamento greco ha approvato una legge che consente ai dipendenti del settore privato di lavorare fino a 13 ore al giorno, presentandola come uno strumento a favore della produttività. Ma quando il provvedimento è arrivato in aula, sindacati e opposizione erano già sulle barricate: «Così si incentiva lo sfruttamento». E le proteste sono scese in piazza.

La promessa delle 13 ore

Per capire cosa è successo bisogna partire dal provvedimento e dal punto di partenza da cui è stato varato. La legge approvata lo scorso ottobre si presenta come una misura di flessibilità produttiva: consente ai dipendenti del settore privato di arrivare a giornate fino a 13 ore, in un quadro in cui l’orario non è più un vincolo rigido ma una variabile negoziabile. Il problema è che il punto di partenza non era neutro. Già nel luglio 2024 la Grecia è diventata il primo paese dell’Unione Europea a introdurre una settimana lavorativa di sei giorni per alcune industrie private, con una settimana di 48 ore che i sindacati avevano definito «barbara». Non un punto di arrivo della convergenza europea, ma un primato nella direzione opposta: Atene non si allineava agli standard continentali, li superava al rialzo. La domanda, a questo punto, è obbligata: questa promessa di produttività regge al confronto con il resto d’Europa?

L’eccezione greca nel confronto europeo

Il confronto non lascia spazio a equivoci. Secondo i dati Eurostat relativi al 2024, la Grecia ha registrato la settimana lavorativa più lunga dell’intera Unione Europea, con una media di 39,8 ore; all’estremo opposto ci sono i Paesi Bassi, fermi a 32,1 ore, il valore più basso del blocco: quasi otto ore di differenza a settimana. Mentre Atene allargava l’orario, il Belgio già nel 2022 aveva legiferato una settimana lavorativa di quattro giorni. Le due politiche non sono semplicemente diverse: sono speculari. Da una parte si riduce il tempo di lavoro per renderlo sostenibile e compatibile con la vita familiare, dall’altra lo si estende fino a 13 ore giornaliere. Se i numeri parlano con questa chiarezza, cosa succede quando la flessibilità scende sul campo?

Chi paga il conto della flessibilità

Se il confronto europeo mostra una Grecia controcorrente, l’impatto reale emerge dalle piazze. Lo scorso ottobre i sindacati hanno organizzato due scioperi generali per chiedere il ritiro del disegno di legge, paralizzando i trasporti pubblici e i servizi. Non una protesta simbolica, ma due fermate generali nell’arco dello stesso mese.

Il sindacato del settore pubblico ADEDY ha spiegato senza giri di parole cosa significhi, in pratica, l’orario flessibile: «l’abolizione della giornata lavorativa di otto ore, la distruzione della vita familiare e sociale e la legalizzazione dello sfruttamento eccessivo». La parola chiave è “abolizione”. Non un aggiustamento ai margini, ma la rimozione di un confine che per decenni ha separato il tempo di lavoro dal resto dell’esistenza. La flessibilità invocata dalla legge non redistribuisce il tempo, lo comprime: chi lavora in settori a turni lunghi non ottiene più ore di riposo, ma una disponibilità estesa che può tradursi, nei giorni di punta, in giornate da 13 ore.

Il nodo è tutto qui. La legge non può creare produttività per decreto: può solo spostare il costo dell’inefficienza dai bilanci delle imprese alla vita delle persone. E alla fine la domanda resta aperta: la produttività si misura in ore o in risultati?

Dieci mesi dopo il voto, la risposta dei numeri non è ambigua. La Grecia aveva già la settimana lavorativa più lunga dell’Unione Europea e ha scelto di allungarla ancora, mentre i partner continentali si muovono nella direzione opposta. La legge delle 13 ore non allinea il Paese all’Europa, ne accentua la divergenza: il vero trade-off è tra la retorica della produttività e la realtà di un mercato del lavoro che scarica il costo sui più deboli.