La revisione riguarda 155 milioni di acri e ridefinisce cosa conta come bestiame, escludendo i bisonti tribali
I numeri si contraddicono da soli. Secondo i dati del Bureau of Land Management, 38 milioni di acri di terre pubbliche nel West americano sono già degradati dal sovrapascolo. Eppure a luglio l’Interior Department ha proposto una revisione delle regole sul pascolo del Bureau of Land Management che interessa 155 milioni di acri — un’area più di due volte e mezzo l’estensione dell’Oregon — e che, secondo gli ambientalisti, renderà più facile aumentare il bestiame su quelle terre, non ridurlo.
Una proposta da 155 milioni di acri, con una lobby che festeggia
L’ultima grande revisione delle regole sul pascolo del BLM risale al 1995, durante un’amministrazione democratica. Il periodo di commento pubblico sulla proposta si è chiuso a metà luglio. La spinta politica, però, era partita molto prima: nell’ottobre scorso l’amministrazione aveva pubblicato un piano per rafforzare l’industria americana della carne bovina che ordinava al BLM e al Forest Service di modificare le regole sul pascolo per la prima volta dagli anni Novanta.
Gli allevatori non sono rimasti spettatori. Il Public Lands Council e la National Cattlemen’s Beef Association hanno fatto attivamente lobbying e hanno contribuito a redigere le nuove regole. In primavera avevano celebrato pubblicamente di aver avuto accesso diretto al segretario degli Interni e al segretario dell’Agricoltura a Washington, proprio mentre la bozza delle regole veniva finalizzata. Non è una dinamica neutrale: definisce cosa conta come bestiame e chi può accedere alla terra.
Bisonti esclusi, sussidi garantiti
La revisione non è una questione solo tecnica: ridefinisce l’accesso alle terre federali. Nel linguaggio della proposta compare il requisito di bestiame orientato alla produzione di merci, un’espressione che secondo la Coalition of Large Tribes (COLT) esclude di fatto i bisonti gestiti dalle tribù dalle terre federali. La coalizione rappresenta oltre 50 tribù che gestiscono 25.000 bisonti su terre che coprono circa il 95 percento dell’Indian Country. I bisonti tribali sono allevati per molti scopi — tra cui la conservazione del territorio —
e non soddisfano quel requisito di produzione di merci.
Nella partita pesano anche le aspettative dirette dell’industria. Karen Budd-Falen, allevatrice lei stessa, si era detta “entusiasta” di ridurre le regole che rendevano più difficile per gli allevatori ottenere permessi di pascolo. Le previsioni degli ambientalisti sono tutt’altro che positive. Josh Osher, direttore delle politiche pubbliche del Western Watersheds Project, prevede «un numero considerevolmente maggiore di luoghi dove ci saranno mucche e pecore, e più danni». E sugli effetti per la fauna selvatica è netto: «Vedremo grandi impatti sulla fauna selvatica».
Il paradosso del “cattle free by ’93”
Le reazioni non si sono fatte attendere: ambientalisti e tribù denunciano l’esclusione dei bisonti e il rischio di nuovi danni alle terre già degradate, mentre gli allevatori rivendicano maggiore flessibilità. Secondo Canterbury, le regole esistenti erano cresciute a partire dal movimento “cattle free by ’93” dei primi anni Novanta, ostile all’allevamento e intenzionato a liberare le terre pubbliche dal bestiame. Erano regole, ha aggiunto, che «hanno quasi del tutto impedito agli allevatori di avere la flessibilità per sfruttare appieno i progressi scientifici e gestionali compiuti dal settore negli ultimi 35 anni».
Il paradosso è evidente: un sistema nato per proteggere le terre dallo sfruttamento è diventato, nella lettura del settore, un ostacolo alla gestione. Ma l’altro dato resta: 38 milioni di acri sono già degradati. Se le nuove regole renderanno più facile aumentare il bestiame, cosa succederà a quelle terre? Le regole definitive non sono ancora state pubblicate. Resta da vedere se l’amministrazione procederà spedita o se i commenti ricevuti a metà luglio apriranno una revisione della revisione.




