Nel 2025, un’analisi di Mongabay e ARIJ sulle immagini Sentinel-5 ha documentato ciò che i residenti di Gabès denunciano da decenni: concentrazioni di inquinanti atmosferici che possono aver raggiunto fino a nove volte i limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Non è una stima qualitativa: un superamento fino a nove volte le soglie OMS indica emissioni persistenti e intense su una città costiera. A monte c’è un carico industriale che, già nel 2023, uno studio pubblicato su Marine Pollution Bulletin aveva quantificato: oltre 500 milioni di tonnellate di fosfogesso umido tossico scaricate a partire dagli anni Settanta hanno portato alla perdita graduale di circa il 90% della superficie iniziale delle praterie di fanerogame marine. Il settore, intanto, non è marginale: secondo una valutazione del 2026 dell’African Development Bank, le esportazioni annuali valgono centinaia di milioni di dollari e rappresentano circa il 4% del prodotto interno lordo tunisino. La domanda resta: perché un’evidenza così quantificata non ha finora prodotto una bonifica strutturale?
Il dato che cambia la discussione: nove volte i limiti OMS
Il punto di forza del monitoraggio satellitare è la continuità temporale e spaziale: non dipende da singole centraline a terra, ma da acquisizioni ripetute sulla stessa area. Nel caso di Gabès, il confronto con le soglie OMS restituisce un quadro che non si può ridurre a rumore di fondo. Nove volte i limiti raccomandati significa un’anomalia industriale continua, non un episodio isolato.
Questo dato convive con il peso economico del fosfato tunisino. Centinaia di milioni di dollari di export l’anno e circa il 4% del PIL non sono cifre che un governo può ignorare, soprattutto in un contesto di rilancio del settore. Ma sono anche il motivo per cui la bonifica di Gabès è stata a lungo rinviata: ogni investimento ambientale si scontra con la promessa di competitività. La novità è che adesso il danno è misurabile con una precisione che rende più difficile sostenere l’assenza di prove.
Dal 1972 alle proteste: cosa Skhira doveva risolvere
Il complesso chimico GCT ha degradato le oasi, l’aria e il mare di Gabès dal 1972, come ricostruisce un rapporto dell’Arab Reform Initiative. Lo scorso autunno, le proteste di settembre e ottobre 2025 sono state l’ultimo episodio di un conflitto di giustizia ambientale durato decenni. Gli episodi di asfissia collettiva dell’autunno 2025, che hanno colpito in particolare gli studenti, hanno trasformato il rischio cronico in conflitto pubblico.
In questo quadro si inseriva il progetto di Skhira, 50 km a nord di Gabès. L’obiettivo era tecnico e mirato: ridurre le emissioni di anidride solforosa nell’atmosfera, ammodernare le discariche di fosfogesso e arrestare le emissioni di acido fluoridrico in mare. Ma se il progetto doveva alleggerire la pressione su Gabès, resta aperto il dubbio se sia una soluzione strutturale o solo uno spostamento del problema a qualche decina di chilometri di distanza.
Il paradosso tunisino: capacità a valle e debito ambientale
Il paradosso è industriale prima che ambientale. La Tunisia, nonostante le gravi interruzioni operative registrate dal 2011, conserva una capacità chimica a valle significativa nel settore dei fosfati. Lo sottolinea Deloitte, che descrive il paese come un punto di svolta mentre lo Stato riapre attivamente il settore a riforme, partecipazione straniera mirata e recupero a valore aggiunto. In un mercato dominato dal Marocco, che detiene circa il 70% delle riserve mondiali conosciute di fosfato e ha trasformato in tre decenni il gruppo statale OCP in una potenza del fosfato, la Tunisia cerca di riposizionarsi sfruttando la capacità di trasformazione chimica che Gabès incarna.
È qui che il debito ambientale diventa un vincolo competitivo. Chi acquista o trasforma fosfati tunisini non valuta solo il costo della roccia o dell’acido fosforico: valuta anche il rischio reputazionale e regolatorio di un sito che ha accumulato oltre cinquant’anni di scarichi non bonificati. Pubblicato dal Groupe Chimique Tunisien, l’audit environnemental et social du site de Gabès valuta la conformità alle norme ambientali nazionali e internazionali e include un’analisi degli impatti, delle iniziative di messa a livello ambientale e delle azioni sociali associate. Ma l’esistenza di un audit non equivale a una bonifica: la questione è se resterà un documento o diventerà una condizione vincolante per ogni rilancio.
Il confronto con il Marocco chiarisce i termini del trade-off. OCP ha trasformato in tre decenni il paese in una potenza del fosfato, come indicano le stime sulle riserve. La Tunisia può scegliere se continuare a gestire impianti con un passivo ambientale cinquantennale oppure accettare che la bonifica è un costo industriale inevitabile. Il monitoraggio satellitare, i dati di export e l’audit rendono questa scelta meno eludibile.
Per chi installa o gestisce impianti nel settore dei fosfati, Gabès non è un caso isolato: è il test di credibilità di ogni promessa di rilancio. Il vero trade-off non è tra ambiente e produzione, ma tra continuare con impianti che hanno cinquant’anni di passivo ambientale o accettare che la bonifica è un costo industriale inevitabile.




