Il framework dà un punteggio in tempo reale, ma il prototipo resta lontano dagli scaffali

Circa un terzo del cibo prodotto per il consumo umano non arriva mai a una bocca: 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, secondo la Food and Agriculture Organization. Il problema colpisce soprattutto i beni deperibili: frutta, verdura, carne, latticini. A marzo 2026, un framework di ricerca ha provato a dare un volto numerico a questa perdita: si chiama FreshTrack ed è descritto su Scientific Reports. Dopo 240 ore a 25 gradi e 59 per cento di umidità, una mela vale 41,36 punti freschezza; una banana, 22,14. Sei mesi dopo, quel punteggio non ha ancora cambiato un solo scaffale.

Una mela da 41,36: il paradosso del punteggio

La premessa di FreshTrack è lineare. Monitorare temperatura e umidità con sensori IoT, stimare i tassi di deterioramento e la crescita microbica nel tempo, e assegnare a ogni alimento un punteggio numerico da 1 a 100. Niente etichette ambigue, niente sole date di scadenza. Un numero unico, calcolato in tempo reale, che dichiara quanto un prodotto sia ancora fresco. Nell’esperimento condotto a marzo, una mela e una banana sono state collegate a un sensore DHT11, integrate con un dispositivo IoT e mantenute per dieci giorni — 240 ore — a temperature variabili di 5, 15, 25 e 35 gradi. Alla fine, il punteggio della mela a 25 gradi è circa 41,36, categoria “Average”; quello della banana è circa 22,14, categoria “Below Average”.

La precisione è seducente. Ma è qui che comincia il paradosso: trasformare un problema enorme e opaco in un punteggio computabile non lo riduce, lo rende soltanto visibile. Sapere che una banana vale 22,14 non dice cosa farne, né chi dovrebbe agire, né con quali costi. E un punteggio di laboratorio basta a fermare 1,3 miliardi di tonnellate?

La catena della freschezza: ricerca contro mercato

Un punteggio può diventare azione soltanto se qualcuno, lungo la catena, lo legge e decide. FreshTrack prova a farlo con smart contract basati su blockchain: quando la freschezza scende sotto una soglia predefinita, scatta un avviso automatico che dovrebbe favorire l’uso tempestivo o la redistribuzione degli alimenti deperibili. L’idea è quella di una “Chain of Things”, l’integrazione tra blockchain e Internet of Things che, secondo la ricerca sui sistemi CoT-TTS, aumenta la performance di una buona tracciabilità in qualunque catena di approvvigionamento. Il sistema descritto combina dispositivi IoT, blockchain e un’inferenza neuro-fuzzy adattiva, il cosiddetto ANFIS.

Il problema è che FreshTrack non arriva in un mercato vuoto. IBM Food Trust, la piattaforma commerciale basata su blockchain più prominente per le filiere alimentari, affronta già gli stessi problemi di spreco, freschezza e sicurezza. IBM ha iniziato a esplorare l’uso della blockchain per le filiere alimentari già da tempo, e oggi vende una piattaforma operativa. Dall’altra parte c’è Zest Fresh di Zest Labs, che usa il tracciamento in tempo reale basato su sensori per monitorare la freschezza di un prodotto dal momento del raccolto fino agli scaffali dei punti vendita: la stessa proposta di valore di FreshTrack, senza contratti intelligenti su blockchain.

Il confronto è istruttivo. Zest Fresh dimostra che si può misurare la freschezza in tempo reale senza complicare la catena con registri distribuiti. FreshTrack, invece, scommette che la blockchain aggiunga automazione e tracciabilità condivisa tra attori che operano in punti diversi della filiera. Resta da capire se l’integrazione blockchain-IoT sia un vantaggio reale o una complessità in più. Perché se il risultato è un avviso automatico, la tecnologia non manca; a mancare è la decisione di cosa farne.

L’8-10% che nessuno tocca

Anche ammettendo di scalare il sistema, il nodo non è la misura ma l’inazione. Secondo il Food Waste Index dell’UNEP, l’8-10 per cento delle emissioni globali di gas serra è associato al cibo non consumato. Produrre quantità ingenti di cibo che non viene mangiato ha impatti negativi sostanziali dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Numeri che FreshTrack non può correggere da solo: può dire che una mela è a 41,36, può far scattare un avviso, ma non può obbligare un distributore a ritirare il prodotto o un consumatore a comprarlo prima.

La domanda finale è quindi retorica e concreta allo stesso tempo: quanti punti freschezza servono per evitare una tonnellata di CO2? Per ora non c’è una risposta. C’è un framework, ci sono sensori e smart contract, e c’è una metrica che fotografa il problema con una precisione nuova. Ma tra il prototipo di marzo e gli scaffali di settembre la distanza resta intera. Il lettore può chiedersi se la blockchain della freschezza sia davvero una leva per ridurre lo spreco, oppure l’ennesima misura che descrive il problema senza spostarlo.