Il 90% dei 220 miliardi per la natura arriva da fondi pubblici, mentre il capitale privato resta fermo a 23

Un macigno da 30 a 1

La cifra dei 7.300 miliardi — oltre trenta volte i 220 miliardi destinati alle soluzioni basate sulla natura — fotografa un flusso di capitali che sovvenziona agricoltura insostenibile, deforestazione, sussidi ai combustibili fossili e infrastrutture che erodono il capitale naturale a una velocità che la finanza verde non può compensare. Secondo la Frankfurt School of Finance & Management, i sussidi dannosi per l’ambiente continuano a superare gli investimenti in uso sostenibile del suolo e conservazione della biodiversità. Il punto non è solo quantitativo: è che i due flussi viaggiano in direzioni opposte, e il secondo non ha la potenza per contrastare il primo. Ma la dimensione del problema non è solo in queste proporzioni: è nella composizione dei flussi virtuosi che si annida lo squilibrio più insidioso.

Il paradosso del 90% pubblico

Se i numeri assoluti sono schiaccianti, ancora più rivelatrice è la struttura del finanziamento: dei 220 miliardi di dollari investiti in soluzioni basate sulla natura nel 2023, 197 miliardi — circa il 90% del totale — provengono da fondi pubblici. La finanza privata si è fermata a 23,4 miliardi. Non è una quota marginale: è un’assenza che parla da sola. Il capitale privato, che muove i mercati globali e determina le traiettorie degli investimenti su larga scala, resta sostanzialmente fuori dal perimetro della conservazione.

L’OCSE aggiunge un ulteriore strato di fragilità al quadro: la finanza per la biodiversità è concentrata tra un numero ristretto di donatori, e la componente privata rappresenta solo una piccola frazione degli investimenti totali. Il risultato è un’architettura che dipende quasi interamente dalla spesa pubblica, esposta ai cicli politici e ai vincoli di bilancio dei governi, mentre il settore privato — che pure beneficia direttamente dei servizi ecosistemici — non è stato ancora agganciato in modo strutturale.
Senza un meccanismo che distribuisca il rischio e offra rendimenti leggibili per gli investitori istituzionali, quei 23,4 miliardi resteranno un’eccezione, non la regola.

Eppure, questa architettura finanziaria dimentica proprio chi sta in prima linea: le comunità locali e indigene, che gestiscono direttamente territori chiave per la biodiversità globale senza vedere una quota significativa delle risorse mobilitate.

I custodi dimenticati

Dalle cifre globali al paradosso della distribuzione, emerge un’assenza clamorosa: i veri custodi della biodiversità restano a secco. Solo una porzione minima della finanza per la biodiversità raggiunge direttamente le comunità indigene e locali — proprio quelle che, per prossimità e conoscenza dei territori, potrebbero ottenere il maggiore impatto per ogni dollaro speso.

Colmare questo vuoto richiede strumenti che oggi sono ancora in fase di sperimentazione. Il progetto NATURANCE, finanziato dall’Unione Europea nell’ambito di Horizon Europe e attivo tra il 2022 e il 2026, sta esaminando la fattibilità tecnica, finanziaria e operativa di soluzioni che combinano strumenti di finanziamento del rischio di catastrofi con investimenti in soluzioni basate sulla natura. È un tassello di quella finanza mista che potrebbe, in teoria, sbloccare capitali privati riducendone il profilo di rischio. Ma si tratta di un progetto di ricerca, non di un prodotto commerciale, e la distanza tra la sperimentazione e un mercato funzionante si misura in anni.

La rete FEBA — il network globale di organizzazioni che promuovono l’adattamento basato sugli ecosistemi, coordinato dall’IUCN e partecipato da ONG, istituti di ricerca, agenzie ONU e governi — lavora da tempo per dimostrare che investire in infrastrutture naturali produce ritorni misurabili, non solo in termini di biodiversità ma anche di resilienza climatica e riduzione dei danni. I dati ci sono. Quello che manca è un meccanismo di trasmissione che li traduca in flussi finanziari verso chi sta sul terreno.

Non si tratta solo di mobilitare più risorse, ma di reindirizzare i flussi esistenti — a cominciare da quei 7.300 miliardi che ogni anno lavorano contro la natura — e di agganciare la finanza a chi custodisce la biodiversità. Senza questo passaggio, anche le cifre più generose restano sterili.