La notifica è arrivata dopo il recesso formale del 28 giugno 2025, ma il meccanismo di arbitrato resta comunque attivo
A fine luglio, alcuni affiliati di ExxonMobil hanno depositato una notifica di controversia contro l’Unione Europea in base al Trattato sulla Carta dell’Energia, come riporta Inside Climate News citando la pubblicazione specializzata Investment Arbitration Reporter. La stessa società è tra quelle tenute dalle norme europee a contribuire all’obiettivo di sequestrare 50 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030. E il contenzioso si inserisce in un sistema di arbitrato che, secondo i ricercatori che hanno esaminato i casi pubblici, ha già fruttato alle aziende fossili almeno 82,8 miliardi di dollari in risarcimenti da parte dei governi.
Il doppio ruolo di Exxon
La notifica di controversia non è solo una mossa legale: è la fotografia di un paradosso. Da un lato, le affiliate di Exxon figurano tra le società chiamate a contribuire al sequestro di 50 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030. Dall’altro, la società contesta l’Unione davanti a un arbitrato internazionale per difendere i propri interessi fossili.
Il paradosso è ancora più evidente se si guarda alla sequenza temporale. Già nel giugno 2024 Bruxelles aveva avviato il ritiro dall’Energy Charter Treaty, citando proprio l’effetto dissuasivo dell’ISDS sulle politiche climatiche. Due anni dopo, la stessa Unione si ritrova citata in arbitrato da una delle società che dovrebbe contribuire ai suoi obiettivi climatici. Non è un dettaglio procedurale: mostra quanto un obbligo europeo possa trasformarsi in un rischio finanziario.
Il ritiro che non basta
Come può un trattato da cui l’Unione è uscita essere ancora usato contro di lei? I tempi del ritiro raccontano un’altra storia. Il 28 giugno 2025, l’Unione ha formalmente lasciato l’Energy Charter Treaty, secondo l’analisi dell’IISD. La notifica di Exxon, arrivata a fine luglio 2026, è comunque successiva. L’ironia è che l’uscita, da sola, non protegge dalle controversie.
Almeno dieci Paesi hanno abbandonato l’Energy Charter Treaty, molti citando l’incompatibilità con gli obiettivi climatici. Bruxelles si era mossa proprio per evitare che trattati di questo tipo venissero usati contro le politiche climatiche. Oggi è la stessa Bruxelles a doversi difendere. Il ritiro formale non ha spento il meccanismo: la notifica di Exxon è arrivata dopo l’uscita dell’Unione, e questo dice molto su quanto pesi davvero un recesso.
Il conto della transizione
Se l’uscita non protegge dalle cause, cosa resta? I numeri delle cause passate pesano sul presente. Secondo i ricercatori che hanno analizzato i casi ISDS pubblici, le aziende di combustibili fossili hanno vinto almeno 82,8 miliardi di dollari in risarcimenti da parte dei governi. Non è una cifra teorica: è il costo che i governi hanno già dovuto riconoscere a società del settore fossile in base a meccanismi di questo tipo.
Secondo un’analisi di E3G, l’ISDS rischia di ritardare la transizione energetica globale aumentando i costi dell’azione climatica, riducendo lo spazio fiscale per rispondere al cambiamento climatico e incoraggiando ulteriori investimenti nei combustibili fossili. In pratica, ogni nuova controversia non è solo una partita legale: può ridurre le risorse pubbliche disponibili per la transizione e rendere l’investimento nel fossile relativamente più attraente. Se un governo deve accantonare risorse per risarcimenti, avrà meno spazio per sussidi, infrastrutture o politiche di decarbonizzazione.
Inside Climate News la definisce “un punto di attrito nei dibattiti sulla capacità dei governi di affrontare il cambiamento climatico e emanare protezioni ambientali e di salute pubblica”. La vera posta in gioco non è chi vincerà l’arbitrato, ma quanto costerà alla transizione europea difendere ogni tonnellata di CO2 evitata. Se ogni ambizione climatica può trasformarsi in un risarcimento, il prossimo obiettivo verrà scritto con un’altra consapevolezza.




