Il sistema ha tagliato le emissioni del 50% dal 2005, ma l’Italia chiede di sospenderlo per il peso sulle bollette

Un meccanismo che dal 2005 ha ridotto di circa la metà le emissioni coperte. E che, lo scorso febbraio, Roma ha chiesto di sospendere, raccontandolo come una «tassa» sui produttori. È il paradosso dell’ETS, il sistema europeo di scambio di quote di emissioni, finito al centro di uno scontro tra capitali che resta aperto. Secondo la ricostruzione di POLITICO, la Commissione europea pubblicherà una revisione del mercato del carbonio, vecchio di vent’anni, entro la fine dell’anno.

La battaglia sullo strumento che regola circa la metà delle emissioni del blocco non è nuova. Ma lo scorso febbraio è diventata un conflitto esplicito tra chi vuole difenderlo e chi vuole congelarlo in attesa di capire come verrà ridisegnato. In mezzo, un dato che spacca il dibattito: il sistema ha funzionato, ma il suo costo politico è cresciuto più in fretta del consenso.

Madrid contro Roma: chi vuole fermare il carbonio

Lo scontro è esploso a fine febbraio. Da un lato, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha messo in guardia i leader europei contro lo smantellamento della legge sul clima. Secondo il governo di Madrid, la Spagna respinge un approccio basato sulla deregolamentazione o sullo smantellamento delle politiche climatiche.

Dall’altro lato, Roma ha chiesto la sospensione dell’ETS fino al completamento della riforma, sostenendo che il prezzo del carbonio sta aumentando i costi energetici e agisce come una «tassa» sui produttori. La parola è scelta con cura: non si tratta di un contributo, di un incentivo o di un segnale di prezzo. È una «tassa». Due letture opposte dello stesso strumento: per Madrid è un pilastro da difendere, per Roma un costo da congelare. Ma per capire chi ha ragione non bastano le dichiarazioni: servono i numeri.

Il prezzo del successo e il peso della dipendenza

Se le dichiarazioni si elidono, i numeri no. Il sistema ETS regola circa la metà delle emissioni del blocco e ha ridotto l’inquinamento della metà dal 2005. Entro il 2023, secondo i dati della Commissione europea, la riduzione delle emissioni degli impianti di energia e industria era di circa il 47% rispetto ai livelli del 2005. Entro il 2024, le emissioni coperte dal sistema erano circa il 50% sotto quei livelli. In due decenni, il meccanismo ha fatto metà del lavoro di decarbonizzazione degli impianti regolati.

L’altra metà della storia è quella delle bollette. Gli italiani affrontano le quarte bollette elettriche più alte d’Europa, in parte a causa dell’elevata dipendenza dalle centrali a gas, che rappresentano circa il 44% del mix energetico nazionale. A fine febbraio, dopo le dichiarazioni di Urso, il prezzo del carbonio è scivolato appena sopra i 70 euro. Tradotto: per un paese che dipende dal gas per quasi la metà della sua elettricità, ogni euro in più sul carbonio si trasforma in costi che arrivano direttamente in bolletta. Per Roma, l’ETS non è successo ambientale ma tassazione implicita. Per Madrid, smantellarlo significherebbe buttare via l’unico strumento che finora ha prodotto risultati misurabili.

Restano però fuori dal calcolo gli effetti di una marcia indietro sull’intera economia europea. Secondo un’analisi del Centre for European Reform, l’Europa resta divisa sulla questione se mantenere la rotta sul carbon pricing, mentre le preoccupazioni per la competitività globale dell’UE hanno preso il centro dei vertici dei leader dei mesi scorsi. Un’eventuale sospensione non colpirebbe solo il mercato del carbonio: colpirebbe la prevedibilità di cui gli investitori hanno bisogno.

Cosa resta aperto per chi investe e chi paga

I numeri pongono il problema; la politica deve ora risolverlo. Ma gli effetti di un errore si vedono prima sui mercati che nelle aule di Bruxelles. Secondo una lettera congiunta dei primi ministri di Danimarca, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia, i tentativi di indebolire, sospendere o restringere l’ETS minerebbero la fiducia degli investitori, penalizzerebbero i precursori, distorcerebbero le condizioni di parità e rallenterebbero la trasformazione delle economie. E, nel 2023, l’energia pulita ha rappresentato quasi un terzo della crescita totale del PIL dell’UE: la transizione non è solo una voce di costo. La revisione attesa per fine anno dirà se l’ETS resterà il pilastro della transizione o se diventerà l’arma della sua paralisi.

Resta una domanda aperta: l’ETS può sopravvivere al proprio successo politico? E cosa succederà alle bollette italiane e alla fiducia degli investitori se Bruxelles cederà alla richiesta di sospensione?