L’obiettivo di 150 GW entro il 2030 richiede un flusso di capitali senza precedenti
Sedici governi, tra Unione Europea e Regno Unito, hanno messo nero su bianco i propri obiettivi nazionali per l’eolico offshore. L’impegno, formalizzato il 27 giugno, disegna una traiettoria che porta a circa 150 GW di capacità entro il 2030: più del triplo rispetto ai 39 GW installati all’inizio di quest’anno. Un numero che non è un auspicio, ma la somma di target nazionali vincolanti. Sulla carta, una mobilitazione senza precedenti. Nella pratica, una corsa a ostacoli dove il cronometro corre più del denaro.
Il Regno Unito ha già fatto la sua mossa. All’inizio del 2026, il settimo round di allocazione (AR7) ha assegnato un record di 8,4 GW. Una cifra che da sola basterebbe a dare sostanza alla narrazione della svolta. Ma il dato che dovrebbe far riflettere è un altro, e arriva da WindEurope: nell’intero 2025, gli investimenti complessivi nel settore hanno raggiunto 22,5 miliardi di euro, finanziando 5,4 GW di nuovi progetti. Non è poco, ma è meno di un decimo di quanto servirebbe ogni anno per centrare l’obiettivo del 2030. Il gap non è tra ambizione e capacità tecnica: è tra ambizione e capitale disponibile.
La grande promessa: 150 GW entro il 2030
I target nazionali appena annunciati non sono un manifesto politico qualunque. Rappresentano l’architrave su cui poggia la strategia europea di decarbonizzazione e, in misura crescente, di autonomia energetica. La Commissione spinge, i governi rispondono. Il risultato è un mosaico di impegni che, sommati, dovrebbero portare la capacità offshore del continente a oltre il triplo di quella attuale in meno di quattro anni. È una scala di trasformazione che non ha precedenti nel settore elettrico.
Ma la distanza tra le parole e i fatti si misura in miliardi. Letteralmente. Prendiamo il caso britannico, che è il mercato più maturo. MUFG Bank ha calcolato che il fabbisogno di debito per l’eolico offshore nel solo Regno Unito raggiungerà una media di circa 15 miliardi di sterline all’anno fino al 2030. È il doppio, in una valuta più forte, di quanto l’intera Europa ha mobilitato nel 2025. Significa che il sistema finanziario dovrà moltiplicare per due o per tre la propria capacità di erogare credito al settore, in un contesto di tassi che, per quanto in calo, restano lontani dall’era del denaro a costo zero. Il problema non è se le banche vorranno farlo — molte hanno già creato desk specializzati — ma se ci saranno abbastanza progetti bancabili da assorbire quella liquidità senza che i prezzi delle aste vadano fuori controllo.
Il conto in banca: debito, investimenti e la scommessa del Mediterraneo
Qui si annida il paradosso centrale. L’industria dell’eolico offshore è tecnologicamente pronta: le turbine sono più grandi, più efficienti, più affidabili di qualunque cosa si progettasse dieci anni fa. La supply chain, pur con colli di bottiglia noti, è in grado di scalare. Ma il capitale non segue con la stessa velocità. I 22,5 miliardi del 2025 sono una cifra importante, la più alta di sempre, ma restano un quarto — forse un quinto — di quello che servirebbe su base annua. E la crescita non è lineare: un cantiere offshore richiede anni di preparazione, studi di impatto ambientale, connessioni alla rete, contratti di derivazione. Ogni ritardo nella fase di finanziamento si traduce in uno slittamento a valle che può facilmente sforare la scadenza del 2030.
La tensione tra promesse e realtà diventa ancora più acuta quando si sposta lo sguardo sul Mediterraneo. Perché se il Mare del Nord ha già una filiera consolidata, il Sud Europa parte da zero. O quasi. L’eolico offshore galleggiante — l’unica tecnologia applicabile in acque profonde come quelle mediterranee — è ancora in fase pre-commerciale. I costi sono più alti, l’esperienza operativa è limitata, la catena di fornitura è da costruire. Eppure, proprio qui si gioca una partita che potrebbe ridisegnare la geografia energetica del continente.
Lo scorso febbraio, sulla rivista Elsevier ENERGY — una testata accademica di primo quartile, non un rapporto confindustriale — è apparso uno studio sul potenziale economico e occupazionale del galleggiante nel Mediterraneo. Il lavoro, intitolato «Floating offshore wind sector development in the Mediterranean: Economic, employment and social analysis», ha validato con metodologia scientifica quelli che finora erano numeri da presentazione istituzionale: investimenti nell’ordine delle decine di miliardi, migliaia di posti di lavoro, un indotto che potrebbe toccare porti e distretti industriali oggi in affanno. È la prima volta che il caso del Mediterraneo viene analizzato con rigore accademico, e le conclusioni sono tanto promettenti quanto scomode: il potenziale esiste, ma senza meccanismi di finanziamento dedicati e una politica industriale coerente, resterà sulla carta.
Mediterraneo: nuovo hub o ennesimo miraggio?
Se i soldi ci saranno, chi ne beneficerà davvero? La domanda non è retorica. Il galleggiante ha una catena del valore diversa da quella dell’eolico fisso: le strutture galleggianti possono essere costruite in cantieri navali, non servono le grandi navi posacavi del Mare del Nord. Per Paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna, questo significa la possibilità di entrare in un mercato che oggi è dominato da fornitori nordeuropei e asiatici. Ma significa anche accettare che i tempi saranno più lunghi, i rischi più alti, e i rendimenti iniziali più bassi. Le banche, comprensibilmente, chiedono garanzie. I governi, altrettanto comprensibilmente, vogliono risultati entro la legislatura. L’incastro è complicato.
Lo studio di Elsevier ENERGY dà una veste analitica a questo dilemma. Da un lato, dimostra che l’impatto occupazionale potrebbe essere rilevante — posti di lavoro qualificato in aree costiere che oggi dipendono dal turismo stagionale o da industrie in declino. Dall’altro, avverte che senza un quadro regolatorio stabile e strumenti di mitigazione del rischio, gli investitori guarderanno altrove. E l’altrove, al momento, ha un nome preciso: Mare del Nord. Lì i progetti sono già in lista d’attesa, i contratti per differenza sono collaudati, e i fondi infrastrutturali hanno familiarità con il settore. Perché un fondo pensione canadese o un assicuratore tedesco dovrebbero scommettere su un parco galleggiante al largo della Sicilia, quando può mettere i suoi soldi su un progetto fisso al largo dello Yorkshire con un profilo di rischio molto più basso?
La risposta, al momento, non c’è. E non può darla un paper accademico, per quanto autorevole. Deve emergere da una combinazione di volontà politica, strumenti finanziari innovativi e una narrazione che smetta di trattare il Sud Europa come il parente povero della transizione. Le premesse tecniche ci sono. I bersagli politici pure. Ma tra l’annuncio del 27 giugno e il 2030 restano da coprire decine di miliardi di debito, e i porti del Mediterraneo sono ancora vuoti. La finestra è aperta, ma il vento — per ora — soffia altrove.




