Le donne di Ulom e Buanchor impongono nel 2024 le regole del santuario del 2000.
A fine luglio, un reportage di Mongabay ha messo in fila un paradosso che si trascina da più di due decenni. In Nigeria esiste un’area protetta di cento chilometri quadrati, istituita nel 2000, che ospita il gorilla del Cross River, in pericolo critico, e lo scimpanzé Nigeria-Cameroon, anch’esso in pericolo. Sulla carta è un santuario. Dentro, però, la caccia illegale non si è mai fermata davvero, finché le donne di Ulom e Buanchor non hanno minacciato di spogliarsi in pubblico. Il paradosso è tutto qui: un’area formalmente protetta da oltre vent’anni che ha avuto bisogno di un gesto estremo per vedere rispettate le sue stesse regole.
La domanda è quasi inevitabile: perché un santuario del genere ha avuto bisogno di quel gesto? E da dove arriva, adesso, la disciplina che serve a proteggerlo?
Il santuario che non proteggeva
La storia della gestione di Afi risponde alla prima domanda. L’Afi Mountain Wildlife Sanctuary è stato istituito nel 2000: un atto formale. La sua attuazione reale, però, è stata un’altra cosa. Per anni l’area è stata caratterizzata da una gestione statale debole e da una caccia illegale diffusa. I residenti dei villaggi hanno raccontato a Mongabay il cortocircuito di fondo: poiché gli uomini erano spesso i principali responsabili di caccia, disboscamento e inquinamento dei fiumi, mancavano dell’autorità morale per far rispettare le norme comunali che puniscono proprio quelle attività.
Il risultato è un’area formalmente protetta che, in pratica, nessuno riusciva a far rispettare. Non si trattava solo di mancanza di guardie o di mezzi, ma di un vuoto di legittimità: chi cacciava non poteva punire chi cacciava. E questo cortocircuito, nella foresta di Afi, è durato anni.
La rivolta morale delle donne di Afi
La risposta è arrivata nel 2024, e non da ranger né da governi. In quell’anno, secondo Francis Akie, a capo del consiglio dei capi tradizionali di Ulom, le donne di Ulom e Buanchor hanno bloccato accordi illegali sul legname che venivano conclusi dagli uomini. Hanno minacciato proteste nude, una forma di resistenza che ha costretto i leader locali a rimborsare i commercianti di legname e ad annullare i contratti. Non una petizione, non una denuncia: la minaccia di un gesto estremo con un significato culturale preciso.
Quel gesto non nasce dal nulla. Prima del dominio britannico, molte società Igbo e Ibibio erano relativamente flessibili nei ruoli di genere, con le donne al centro delle economie locali attraverso agricoltura, commercio e lavoro cooperativo. Il gruppo delle donne nate in un lignaggio o villaggio, l’umuada, poteva intervenire nelle dispute e sanzionare i comportamenti antisociali. È un’autorità morale che la storia e lo Stato hanno progressivamente marginalizzato, e che ad Afi è tornata a funzionare proprio lì dove le istituzioni formali fallivano.
Ora il modello si sta allargando. Più della metà delle 16 comunità che condividono la proprietà e la responsabilità di conservazione della regione di Afi sta avviando proprie iniziative di conservazione guidate da donne. Non è un caso isolato: Akashinga, in Zimbabwe, è la prima unità anti-bracconaggio armata guidata da donne al mondo. Ma qui la domanda, più che sull’annuncio, va posta sulle risorse e sui tempi: quante di queste iniziative sopravvivranno alla fase della mobilitazione? Con quali fondi, con quale copertura sul territorio?
Meno di 300: il conto alla rovescia
I numeri dell’Africa australe suggeriscono che il modello può funzionare. Il punto di partenza nigeriano, però, resta drammatico. Il gorilla del Cross River è il grande scimmione più raro al mondo: se ne stimano meno di 300 individui in natura. La foresta di Afi ora ha regole non scritte che nessun ranger era riuscito a imporre. Resta un numero scomodo, e non è una metafora.
Le donne di Afi hanno ripreso un potere che la storia e lo Stato avevano marginalizzato. Ora la domanda è se basteranno a cambiare il destino di una specie appesa a un filo.




