La denuncia contro Dole riguarda un’area umida protetta, il 7% del territorio costaricano.

Una denuncia legale in Costa Rica accusa la piantagione La Paz, di proprietà di Standard Fruit Company de Costa Rica, sussidiaria di Dole, di aver distrutto parte di una zona umida protetta a Bananito Sur, nel distretto di Valle La Estrella, provincia di Limón. La denuncia, depositata a giugno e resa pubblica a fine luglio, ha trasformato il perimetro di Bananito Sur in un caso giudiziario. Le zone umide coprono circa il 7% del territorio nazionale: un dato che non ha fermato machete e fuoco dentro l’area iscritta al Registro Nazionale delle Zone Umide, e la risposta delle istituzioni è già diventata oggetto di un ricorso.

Machete e fuoco dentro il perimetro protetto

Secondo diversi esposti e un’istanza presentata il 23 giugno alla Corte Suprema, i lavoratori della piantagione La Paz avrebbero tagliato e bruciato vegetazione all’interno di un’area iscritta al Registro Nazionale delle Zone Umide. A giugno, Levy ha presentato un’azione di protezione costituzionale, nota come recurso de amparo, chiedendo alla corte di verificare se i funzionari non abbiano protetto la zona umida dopo aver appreso del danno e di fornire informazioni in conformità con le leggi sull’informazione pubblica.

Le autorità respingono l’accusa di inerzia. I funzionari del SINAC, il Sistema Nazionale delle Aree di Conservazione, hanno contestato di non aver risposto alle minacce alla zona umida, citando la detenzione, già lo scorso 20 aprile, di un individuo che tagliava alberi. Ma la domanda che resta è se il danno sia stato fermato in tempo — o se le risposte ufficiali arrivino solo adesso.

Il precedente: DBCP, Guatemala e il modello Dole

Per capire la posta in gioco, serve guardare al curriculum della multinazionale che sta dietro la piantagione La Paz. Standard Fruit, oggi nota come Dole Fruit, iniziò a usare il DBCP nelle piantagioni di banane dell’America Latina già negli anni Sessanta; Chiquita e Del Monte cominciarono nei primi anni Settanta. Secondo una causa depositata nei tribunali statunitensi, Dole e Chiquita continuarono a usare il DBCP in America Centrale dopo il 1977, nonostante i regolatori statunitensi ne avessero limitato l’uso negli Stati Uniti continentali per i rischi sanitari.

Le zone umide, nella storia del gruppo, sono già state un campo di battaglia. Già nel 2012, una class action accusò Dole di aver ingannato i consumatori mentre si approvvigionava di banane da una piantagione che aveva prosciugato 1.200 acri di zone umide incontaminate in Guatemala; lo sviluppo della piantagione avrebbe comportato anche la costruzione di una diga che causò gravi danni da inondazione alle terre e alle colture degli agricoltori locali. La multinazionale, insomma, non è alla prima contestazione ambientale: la storia del DBCP e quella del Guatemala mostrano un modello produttivo fondato sull’intensificazione chimica e sul controllo del territorio.

Il problema non è solo il passato. Nella produzione bananiera costaricana, come emerge da un reportage del Guardian del settembre 2024, aziende frutticole come Chiquita, Del Monte, Dole, Acón e Fyffes utilizzavano quotidianamente numerosi aerei per l’irrorazione delle colture; Dole compete con Chiquita, Del Monte, Grupo Acón e Fyffes usando pratiche intensive di chimica e drenaggio. In Costa Rica, quelle pratiche toccano anche terre protette.

Le istituzioni sotto esame: tra un fermo e un ricorso

Eppure, la partita non si gioca solo nei campi: si gioca negli uffici di chi doveva vigilare. Il ricorso di Levy chiede conto del silenzio delle istituzioni. E il precedente non aiuta: la corte ha accolto un ricorso contro il Ministero dell’Ambiente e la Municipalità di Nicoya, citando l’eliminazione di habitat marini in aree ecologicamente sensibili che fanno parte del Patrimonio Naturale dello Stato. Non è la prima volta che la protezione formale si scontra con la distruzione materiale.

La posta in gioco non è simbolica. In Costa Rica, secondo Edgar Gutiérrez, esistono migliaia di zone umide che rappresentano circa il 7% del territorio nazionale; il Paese ha adottato una Politica Nazionale delle Zone Umide 2017-2030 allineata alla Convenzione di Ramsar. Eppure, quando un’area iscritta al Registro Nazionale viene tagliata e bruciata, la distanza tra la retorica della protezione ambientale e la realtà dell’industria bananiera diventa un fatto misurabile.

Il recurso de amparo chiede conto di quel silenzio. Ma nessuno ha ancora risposto su cosa succederà alla zona umida. La denuncia è rimasta finora un dibattito tra ricostruzioni opposte: da una parte chi segnala la distruzione, dall’altra chi rivendica un fermo e una detenzione. La zona umida di Bananito Sur è già stata bruciata. La vera incognita è se il sistema di protezione costaricano riuscirà a impedire la prossima volta.