Il geodatabase ISPRA documenta quasi 11.000 opere rigide, ma in cinquant’anni sono spariti 40 milioni di metri quadrati di spiagge

Il dettaglio tecnico che fa capire tutto è un numero: secondo il geodatabase ISPRA, quasi 11.000 opere di difesa rigide installate lungo la costa italiana negli scorsi decenni. Eppure il mare continua a portarsi via le spiagge. Lo scorso luglio, l’analisi della crisi delle coste italiane ha riproposto i numeri che rendono tangibile la contraddizione: secondo i dati di ISPRA, oltre il 40% delle coste basse italiane è interessato da processi erosivi e circa 1.500 chilometri di litorale sono oggi protetti da opere rigide di difesa, aumentate sensibilmente negli ultimi vent’anni. Una costa blindata che non smette di arretrare.

Il punto non è la quantità di cemento, ma il risultato. Secondo i dati Ispra, negli ultimi cinquant’anni sono spariti oltre 40 milioni di metri quadrati di spiagge lungo i litorali italiani. Non è una perdita estetica: è superficie fisica sottratta all’uso pubblico, all’economia balneare e alla funzione di protezione naturale che una spiaggia esercita sull’entroterra. Il fatto che tutto questo sia avvenuto mentre si moltiplicavano le strutture rigide indica un problema di approccio, non di mezzi.

Il paradosso italiano: più opere, meno spiagge

I numeri nazionali descrivono una strategia che non ha prodotto i risultati attesi. Già nel 2016 è stato istituito il Tavolo Nazionale per l’Erosione Costiera, segno che il problema era percepito a livello ministeriale. Dieci anni dopo, il bilancio resta quello di un litorale in arretramento su oltre il 40% delle coste basse, con 1.500 chilometri protetti da opere rigide che non hanno impedito la sparizione di 40 milioni di metri quadrati di spiagge in cinquant’anni.

La lettura superficiale vorrebbe leggere questi numeri come una carenza di interventi. È il contrario: gli interventi ci sono stati, sono stati migliaia, e non hanno ribaltato la tendenza. È questo il paradosso che dovrebbe interrogare chi pianifica le difese costiere. Ma i numeri nazionali nascondono differenze locali: per vedere l’impatto reale serve scendere su un territorio specifico.

Il caso Puglia: 31 chilometri di costa persi in quindici anni

Scendendo a scala regionale, la Puglia è un osservatorio privilegiato. Secondo il dossier ISPRA sul dissesto idrogeologico, la Puglia ha perso 31 chilometri di costa tra il 2006 e il 2020. Inserito nel quadro nazionale, il dato acquisisce ancora più peso: secondo i dati ISPRA elaborati dal CNR-ISMAR, il 18% delle coste basse italiane risulta in erosione per un totale di 841 chilometri, mentre il 20% è interessato da processi di avanzamento, pari a 929 chilometri.

Il quadro non è uniforme: accanto a tratti che arretrano ce ne sono altri che avanzano. Ma questa dinamica non consola. Indica che il sedimento si sposta e che il risultato netto, per un territorio come la Puglia, è una perdita misurabile di litorale. Se il caso regionale conferma il trend, la domanda diventa cosa accadrà nei prossimi decenni con il mare che sale.

Con il Mediterraneo che sale, ha ancora senso blindare la costa?

Il caso Puglia non è un’anomalia: è un avvertimento. L’IPCC considera il Mediterraneo uno dei principali hotspot mondiali del cambiamento climatico, con un aumento del livello medio del mare di circa 3-4 millimetri l’anno e un’accelerazione osservata negli ultimi decenni. Il Sesto Rapporto IPCC aggiunge un elemento che cambia qualsiasi calcolo: anche nello scenario di forte riduzione delle emissioni il mare continuerà a innalzarsi per secoli, mentre negli scenari più critici l’aumento potrà superare un metro entro il 2100. Con un metro in più, tratti di costa oggi difesi da opere rigide richiederanno interventi sempre più imponenti e costosi, o diventeranno indifendibili.

La questione non è più solo tecnica ma strategica: ha ancora senso costruire strutture rigide laddove i dati mostrano che non fermano l’arretramento, in un contesto in cui il livello del mare salirà comunque? Chi installa o gestisce difese costiere si trova davanti a un trade-off concreto: continuare sulla strada delle opere rigide che i numeri indicano come inefficaci, oppure ripensare l’approccio prima che il mare renda la scelta obbligata.