Lo studio propone un taglio drastico di carne e latticini, ma il governo non lo impone

59.248 casi di diabete di tipo 2 evitati, 18.595 episodi di malattie cardiovascolari in meno, 2.240 decessi scongiurati in dieci anni. Il tutto accompagnato da un risparmio medio di 41 pence al giorno sulla spesa alimentare. La ricetta per alleggerire il Servizio sanitario scozzese e ridurre le emissioni che scaldano il pianeta è già stata scritta: portare il consumo di carne rossa a un massimo di 31 grammi al giorno e tagliare del 20 per cento i latticini. Eppure, nei piatti degli scozzesi la carne continua a restare ben oltre quella soglia e gli obiettivi ufficiali restano più tiepidi. La scorsa settimana, uno studio su Nature Food ha messo questi numeri nero su bianco, riaprendo una domanda scomoda: se la scienza ha individuato un sentiero così netto, perché la politica non lo percorre?

La promessa e la realtà

Il punto di partenza è noto da anni. Già nel 2022, il rapporto del Climate Change Committee aveva indicato la necessità di ridurre del 20 per cento il consumo di carne e latticini entro il 2030, per arrivare al 35 per cento di sola carne entro il 2050. Una ricognizione confermata anche dalla modellazione degli impatti nutrizionali commissionata da Food Standards Scotland. Il governo britannico, tuttavia, non ha mai trasformato quelle raccomandazioni in vincoli stringenti.

Il nuovo studio svela però quanto sia modesta quella soglia rispetto a ciò che sarebbe davvero efficace. I ricercatori hanno simulato decine di percorsi di cambiamento alimentare a partire dai dati della Scottish Health Survey, confrontando ciò che gli adulti scozzesi mangiano ogni giorno con le possibilità di riduzione. Il percorso più vantaggioso in assoluto — indicato come pathway 27 — fissa proprio quei 31 grammi massimi di carne rossa e il taglio del 20 per cento di tutti i latticini, senza imporre alcuna sostituzione obbligatoria. Nel 2021, le emissioni totali di gas serra legate al cibo consumato dagli adulti in Scozia sono state stimate in 10,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente: un dato che rende evidente quanto la sola promessa di riduzione al 2030 rischi di restare timida. Eppure, quei numeri rimangono confinati nei paper scientifici, mentre le abitudini alimentari degli scozzesi faticano a cambiare.

Il conto della salute (e del portafoglio)

Ma quanto vale davvero, in vite umane e in sterline, una bistecca in meno al giorno? Lo studio prova a fare i conti. Sulla base dei modelli di microsimulazione, il passaggio al pathway più efficace eviterebbe in un decennio quasi 60.000 nuovi diagnosi di diabete — circa un quarto dei casi annuali — e oltre 18.500 eventi cardiovascolari, riducendo in media l’indice di massa corporea della popolazione di due punti. I decessi prevenuti per tutte le cause sarebbero 2.240, il 3,9 per cento dei morti che ogni anno si registrano nel Paese.

E non si tratterebbe di una dieta punitiva. Secondo un comunicato dell’Università di Edimburgo, cambiamenti modesti e realistici, se applicati su scala collettiva, possono portare benefici notevoli senza far lievitare la spesa. Lo studio stima anzi che il costo medio della dieta cali di 0,41 sterline al giorno nel percorso più efficace, perché si riduce il consumo di alimenti più cari, carne rossa in testa. «La transizione verso diete più sane e a basse emissioni non deve essere più costosa», sintetizzano i ricercatori. Aiutare i grandi consumatori a ridurre le quantità di carne rossa, in altre parole, è la mossa che paga di più in termini di sanità pubblica e di tenuta dei conti familiari.

Proprio qui si innesta un altro nodo, perché i guadagni non si distribuiscono in modo uniforme. In Scozia, documenta un’analisi delle disuguaglianze alimentari in Scozia, esistono differenze socioeconomiche sostanziali nei tassi di obesità e di malattie croniche. Sono i gruppi a più basso reddito a subire il peso maggiore di patologie legate a un’alimentazione squilibrata, e sono gli stessi che trarrebbero il vantaggio più immediato da una dieta meno dipendente dalla carne rossa. Se il risparmio c’è per tutti e il guadagno di salute è concentrato proprio dove serve, allora chi si oppone?

Chi perde se vinciamo tutti?

La risposta è semplice: l’industria della carne e le abitudini radicate. Ridurre il consumo di carne rossa a 31 grammi al giorno — l’equivalente di una fettina spessa mezzo centimetro — significherebbe contratti di filiera da riscrivere, scaffali da riorganizzare, menu da ripensare. Non è un caso che il Climate Change Committee, quando nel 2022 bollò la strategia alimentare del governo definendola un’occasione mancata per il clima, non trovasse ascolto. Le raccomandazioni restano tali, e nel frattempo il consumo effettivo si muove con la lentezza dei negoziati politici.

Il piano è lì, i numeri sono incontestabili. Ma senza una scelta politica coraggiosa — fatta di incentivi, di riformulazione dei prodotti, di campagne pubbliche che non si limitino a suggerire ma accompagnino la trasformazione — resterà solo un esercizio accademico. La domanda è: qualcuno ha il coraggio di metterlo in pratica?