La funzionaria del Dipartimento degli Interni è sotto indagine per possibili conflitti di interesse legati all’allevamento di lemuri di famiglia
Lo scorso 13 luglio, mentre a Ginevra il Comitato per gli Animali della CITES esaminava dati e popolazioni per orientare le politiche commerciali sulla fauna selvatica, la persona chiamata a guidare la delegazione statunitense era già nel mirino del comitato etico del Dipartimento degli Interni. Jennifer Chatfield, alto funzionario del Dipartimento, è finita al centro di un’indagine per potenziali violazioni etiche e favoritismi verso l’azienda di famiglia: un allevamento di lemuri in pericolo critico. La designazione, riportata in esclusiva da Mongabay, ha sollevato più di un interrogativo su come gli Stati Uniti affrontano il delicato incrocio tra regolamentazione pubblica e interessi privati quando in ballo c’è la sopravvivenza di intere specie.
La delegata nel mirino
Il paradosso è servito: una funzionaria sotto indagine etica chiamata a rappresentare il proprio Paese in uno dei consessi scientifici più delicati del pianeta. Il comitato etico del Dipartimento degli Interni è stato incaricato di verificare se Chatfield abbia favorito l’impresa di famiglia attraverso decisioni su permessi e proposte di modifica normativa che indeboliscono l’Endangered Species Act, la legge statunitense sulle specie a rischio. L’indagine era già in corso quando, lo scorso 13 luglio, la funzionaria si è seduta al tavolo del Comitato per gli Animali. Ma cosa c’entrano i lemuri?
Affari di famiglia
La risposta si trova a Dade City, in Florida, dove sorge il 4J Conservation Center, un allevamento di lemuri di proprietà della famiglia Chatfield. Il nome non è casuale: la sigla “4J” corrisponde alle iniziali dei quattro membri della famiglia — John, Jeri, Jason e Jenifer Chatfield — che gestiscono la struttura autorizzata dal Fish and Wildlife Service. Qui vengono allevate due specie di lemuri in pericolo critico, e Jennifer Chatfield figura come veterinaria della struttura nei documenti ottenuti da Mongabay. Un’attività commerciale legittima, per carità. Ma è il contesto a rendere la vicenda opaca: una funzionaria con potere regolatorio su permessi e norme che impattano direttamente il commercio di specie protette, mentre l’azienda di famiglia opera esattamente in quel perimetro. Già nel 2018, durante la prima amministrazione Trump, la dottoressa Chatfield era stata nominata all’International Wildlife Conservation Council, un comitato consultivo incaricato di formulare raccomandazioni all’allora Segretario Ryan Zinke sulla rimozione delle barriere all’importazione negli Stati Uniti di fauna selvatica cacciata legalmente. Anche allora, interessi privati e regolamentazione pubblica si sfioravano pericolosamente.
Ginevra, la posta in gioco
Ora il palcoscenico è globale, e la posta non è questione da poco. Il Comitato per gli Animali della CITES è composto da scienziati ed esperti tecnici: il loro compito è esaminare le evidenze più recenti sulle popolazioni selvatiche e sul commercio internazionale, identificare le specie a rischio e consigliare i Paesi su come gestire il commercio senza danneggiare le popolazioni selvatiche. Non è un passaggio burocratico qualsiasi: le raccomandazioni scientifiche del Comitato influenzano direttamente le decisioni finali alla Conferenza delle Parti, dove vengono prese le decisioni vincolanti sul commercio di migliaia di specie.
Per capire la portata economica della partita bastano due numeri. Secondo CITES, il commercio legale di fauna selvatica vale almeno 220 miliardi di dollari all’anno, con quasi 70.000 specie commercializzate in tutto il mondo. Secondo INTERPOL, il commercio illegale è stimato fino a 20 miliardi di dollari, anche se ottenere una stima accurata di attività criminali di qualsiasi tipo è per definizione impossibile. Dentro questo perimetro — che mescola scienza, diplomazia e miliardi — ogni decisione ha conseguenze enormi. E ogni ombra sull’imparzialità dei delegati rischia di incrinare la credibilità dell’intero meccanismo.
Fino a quando l’indagine del comitato etico non sarà conclusa, il dubbio rimane: può una delegata con interessi commerciali diretti nel settore garantire raccomandazioni scientifiche davvero imparziali? La domanda non è retorica. Le specie in pericolo critico allevate dalla famiglia Chatfield sono esattamente il tipo di animali su cui il Comitato per gli Animali è chiamato a esprimersi. E se la scienza viene messa all’angolo da interessi privati, a perdere non sono solo i lemuri.
Dietro le quinte della diplomazia ambientale, il caso Chatfield mostra quanto sia sottile il confine tra competenza tecnica e conflitto di interessi. La funzionaria non è accusata di aver violato apertamente la legge — l’indagine è in corso, e va attesa. Ma il fatto stesso che una persona con legami commerciali così diretti venga designata a rappresentare gli Stati Uniti in un consesso scientifico di questo peso è una scelta che parla da sola. E le specie più vulnerabili, nel frattempo, aspettano ancora risposte.




