La sospensione dell’area a caldo colpisce una trattativa già avanzata per la cessione dell’acciaieria
Novanta giorni per spegnere gli altiforni
Il 27 luglio scorso la Corte d’Appello di Milano ha disposto la sospensione dell’attività produttiva nell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Non è un passaggio tecnico: comporterà di fatto la chiusura entro novanta giorni. Ai numeri, intanto, pensano i lavoratori: nell’area a caldo ci lavorano poco meno di 3.200 operai, a cui si aggiungono altri 450 addetti alla centrale energetica connessa agli altiforni.
Ma mentre gli operai contano i giorni, a Palazzo Chigi si è aperta un’altra partita: quella del prestito e della cessione.
Palazzo Chigi tra prestito e trattativa
La risposta del governo è arrivata lo stesso giorno. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi; vi hanno partecipato i Ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso e i Sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. La nota diffusa da Palazzo Chigi annunciava che il Consiglio dei ministri, convocato per quel pomeriggio, avrebbe confermato lo stanziamento di un’ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell’azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo.
C’è un dettaglio da tenere a mente. Il decreto della Corte è arrivato proprio mentre si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico. La sospensione dell’area a caldo, insomma, non è caduta su un dossier fermo: ha colpito una trattativa già avanzata. E non è la prima volta che questo dossier si affida a un’architettura negoziale complessa. In passato, ArcelorMittal e Marcegaglia avevano annunciato che AM Investco Italy Srl aveva concluso la fase di negoziazione esclusiva e raggiunto un accordo vincolante con il Governo italiano per l’affitto e l’obbligo di acquisto di Ilva S.p.A. e delle sue controllate. Un accordo vincolante, da solo, non ha eliminato l’incertezza industriale: la tranche serve a tenere in piedi l’azienda, non a scegliere quale futuro produttivo dare all’area a caldo.
Qui sta il nodo. La tranche annunciata dal governo è uno strumento di continuità, non una soluzione. Assicura la cassa, ma lascia aperta la questione più delicata: cosa accadrà alla parte dell’acciaieria che la Corte ha messo in sospensione. Chi legge la nota trova una sequenza precisa: prima il prestito, poi la cessione, infine il resto. Ma il resto è la parte che dà lavoro a migliaia di persone.
Due offerte, un solo futuro per Taranto
Se il governo conferma il prestito e tratta la cessione, il vero campo di battaglia sono le due offerte presentate per l’acciaieria. Fin dalla scorsa primavera, sulla scena ci sono due gruppi: il fondo americano Flacks Group, più esattamente un family office, e la società siderurgica indiana Jindal International. Le due offerte si basano su visioni diverse del rilancio dell’acciaieria.
E mentre le offerte si misurano su strategie differenti, per i 3.200 operai dell’area a caldo la domanda resta aperta: saranno inclusi nel futuro industriale, oppure resteranno fermi davanti alla sentenza?
Il punto, a quasi due mesi dalla sentenza, è esattamente questo: la partita non è chiusa né dal prestito né dalla cessione dell’area a freddo. Il destino dei 3.200 operai dell’area a caldo dipende da quale delle due visioni industriali prevarrà nella trattativa. E nessuno, per ora, ha ancora dato una risposta.




