Il taglio retroattivo del 60% ha lasciato fuori 15.456 domande, mentre le comunità attive sono 3.630

Quasi 49mila domande presentate, 29.820 approvate, circa 15.456 rimaste senza finanziamento. Il paradosso delle comunità energetiche italiane non sta nel fallimento, ma nel successo insostenibile di un incentivo che il governo ha già ridotto in modo retroattivo. Secondo i dati del Gestore dei servizi energetici ripresi da pv-magazine, al 30 giugno 2026 il Paese contava 3.630 comunità energetiche rinnovabili attive, con una capacità operativa complessiva di 302,9 MW. Le domande approvate, in confronto, corrispondono a 1,74 GW.

Il numero che spiega la tensione è arrivato in due tempi. Tra l’8 aprile 2024 e il 30 novembre 2025 sono state presentate 48.750 richieste di accesso al fondo PNRR per le comunità energetiche; il GSE ne ha approvate 29.820, riconoscendo 768,3 milioni di euro di sovvenzioni. La domanda ha superato l’offerta. E non è una frase fatta: è il modo in cui il governo ha deciso di reagire.

Il paradosso delle comunità energetiche: domande record, fondi dimezzati

Lo strumento italiano vale nominalmente 5,7 miliardi di euro ed è diviso in due canali di finanziamento. Una parte della torta — una sovvenzione fino al 40% dei costi ammissibili, con un budget totale di 2,2 miliardi finanziato dal Recovery and Resilience Facility — prevedeva, secondo la Commissione europea, che i progetti diventassero operativi entro il 30 giugno 2026. Termine poi superato.

Il colpo è arrivato lo scorso dicembre: il governo ha tagliato retroattivamente del 60% il budget del Recovery and Resilience destinato alle comunità energetiche, come ha segnalato REScoop.eu. Non un aggiustamento tecnico: un arretramento d’importo su fondi già promessi. Il conto, riportato anche nel report di pv-magazine, è di circa 15.456 domande finite fuori dalla sovvenzione.

La distanza tra 48.750 e 29.820 non è solo aritmetica. È la misura di una promessa che si è ristretta mentre la corsa era già partita.

Lombardia e Sicilia guidano la corsa, ma il divario è più profondo delle classifiche

Dietro la media nazionale si nasconde una geografia molto diseguale della transizione. La Lombardia ha depositato il numero più alto di richieste: 7.434. La Sicilia è seconda, con 6.598. Due mondi diversi per reddito, struttura produttiva e capacità amministrativa, uniti da una disponibilità a investire su impianti che superano la dimensione domestica.

Ma una domanda approvata non è un impianto funzionante. A fine settembre 2025 le comunità energetiche registrate presso il GSE erano appena 597, secondo una ricerca di EURICSE. A fine giugno 2026 le comunità attive erano salite a 3.630, una frazione dei 29.820 progetti che avevano ottenuto l’approvazione. La crescita c’è, ma resta largamente inferiore all’onda delle approvazioni. In mezzo ci sono autorizzazioni, connessioni, cantieri, tempi tecnici: non tutto ciò che viene approvato diventa rete.

Il quadro normativo, nel frattempo, è cambiato con il recepimento della direttiva europea RED II: il Decreto Legislativo 199/2021 ha portato a 1 MW la dimensione massima degli impianti delle comunità energetiche rinnovabili, mentre il Decreto Legislativo 210/2021 ha introdotto le Comunità di Energia dei Cittadini. Le regole ci sono. È la catena tra incentivo e realizzazione a essere lenta.

Il 2027 è dietro l’angolo, l’Europa resta al 27%

Le scadenze italiane sono solo una parte del problema. Le assegnazioni delle sovvenzioni dovevano essere finalizzate entro il 31 agosto 2026, in linea con gli impegni del PNRR: il termine è passato. La data per completare i progetti finanziati, originariamente fissata al 30 giugno 2026, è stata spostata al 31 dicembre 2027. Chi è rimasto fuori finora ha davanti più una proroga che un piano di finanziamento.

Lo sguardo europeo non consola. Secondo la Corte dei conti europea, l’Unione ha raggiunto solo il 27% del proprio obiettivo relativo alle comunità energetiche entro gennaio 2025; e le comunità potrebbero arrivare a possedere appena il 4% della capacità solare ed eolica europea entro il 2030, contro una proiezione precedente compresa tra il 17 e il 21%. Il divario non è tecnico: è la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si finanzia davvero.

La domanda aperta non è se le comunità energetiche sopravvivranno. È che credibilità abbia una politica che accende aspettative senza garantire le risorse. Il 31 dicembre 2027 non è solo un termine burocratico: è il test di credibilità di un incentivo che ha raccolto una domanda enorme e poi ha stretto i cordoni della borsa. Che cosa succeda ora ai progetti esclusi e a chi aveva investito nella transizione locale non è una questione amministrativa: riguarda la fiducia con cui cittadini e imprese continueranno — o smetteranno — di pianificare la prossima comunità energetica.