Il taglio annuale delle emissioni scenderebbe dal 4,4 al 3,7 percento dal 2031, poi all’1,7 percento
Secondo le proiezioni degli scienziati, a partire dal 2025 il mondo può ancora emettere solo 80 miliardi di tonnellate di inquinamento da carbonio per avere due terzi di probabilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius. Lo scorso luglio, la Commissione europea ha proposto di aggiungerne altri 2 miliardi per le imprese coperte dal sistema di scambio di quote di emissione dell’UE: la stima è di Carbon Market Watch, come emerge da un’analisi della proposta pubblicata da Grist. Non è un errore di battitura: è la distanza tra il budget di carbonio che resta al pianeta e la flessibilità che Bruxelles intende concedere alle industrie.
La retromarcia nei numeri
Dietro quei 2 miliardi c’è una revisione tecnica con conseguenze molto concrete. L’EU ETS fissa un tetto alle emissioni di carbonio per circa 10.000 imprese dell’Unione — raffinerie, centrali elettriche e altre aziende — che insieme rappresentano il 40 percento dell’inquinamento climatico totale del blocco. Dal 2005 il sistema ha contribuito a ridurre le emissioni industriali di carbonio dell’UE di circa il 50 percento. Un risultato progressivo: entro il 2023, i dati ufficiali della Commissione sul sistema ETS indicavano una riduzione di circa il 47 percento rispetto ai livelli del 2005.
Il motore di questa discesa era un ritmo di riduzione annuale predicibile e vincolante. La proposta di luglio lo rallenta. Invece di ridurre le emissioni totali del 4,4 percento all’anno fino al 2039, la Commissione propone il 3,7 percento annuo tra il 2031 e il 2035, poi appena l’1,7 percento negli anni seguenti. Il fattore di riduzione lineare verrebbe aggiornato di conseguenza: il 3,7 percento per il 2031-2035 e l’1,7 percento per il 2036-2040, come dettagliato nella sintesi tecnica della revisione dell’EU ETS. È da qui che vengono i 2 miliardi di tonnellate in più: non da un’emergenza industriale, ma da una scelta di calendario.
Ma chi guadagna tempo da questo rallentamento?
Chi vince e chi perde dal rallentamento
Il rallentamento non è neutrale. La revisione propone di estendere le allocazioni gratuite per i settori a rischio di carbon leakage fino al 2040, invece dell’attuale scadenza del 2030. Secondo un’analisi del Guardian sulla revisione dell’ETS, alcune industrie pesanti beneficeranno più a lungo di permessi di inquinamento gratuiti, mentre il numero di permessi in circolazione verrà ridotto più lentamente.
La distribuzione dei costi è netta. Da un lato i settori a rischio di carbon leakage, che beneficerebbero di quote gratuite fino al 2040, un decennio in più rispetto alla scadenza attuale del 2030. Dall’altro il resto dell’economia e, soprattutto, il bilancio climatico comune. Quei 2 miliardi di tonnellate in più non sono emissioni rinviate all’infinito: sono emissioni che consumano parte degli 80 miliardi di tonnellate che restano al mondo intero.
Ma il resto del mondo non sta fermo.
Pechino accelera, Bruxelles rallenta
Per misurare la portata della scelta, basta guardare altrove. La Cina ha emanato linee guida per portare il suo sistema nazionale di scambio di emissioni a un tetto assoluto entro il 2027 e per estenderlo progressivamente a tutti i principali emettitori industriali, secondo il rapporto annuale di ICAP sul commercio di emissioni nel mondo. La Corea del Sud, nel frattempo, mostra cosa succede quando le lobby industriali riescono a spuntare allocazioni più generose: hanno lavorato deliberatamente per indebolire il sistema nazionale di scambio di emissioni, chiedendo volumi di allocazione gratuita eccessivamente generosi per i settori ad alte emissioni, come ricostruito da un’analisi di Carbon Pulse sulle pressioni industriali. Mentre la Cina prepara un tetto assoluto, Bruxelles allenta il proprio. Resta aperta la domanda: questa flessibilità è una pausa strategica o una resa?
Non è una questione tecnica: è una scelta su chi paga il ritardo.




