Oltre quaranta aziende come Nestlé e Diageo firmano per scalare l’agricoltura rigenerativa
Lo scorso 24 giugno, a Saskatoon, in Canada, durante la London Climate Action Week (un dettaglio geografico che già merita un sorriso), la SAI Platform ha lanciato il Regenerating Together Programme. Oltre quaranta tra le più grandi aziende alimentari e agricole del mondo — nomi come Nestlé, McCain Foods, Louis Dreyfus Company e Diageo — hanno firmato una dichiarazione d’intenti per scalare l’agricoltura rigenerativa. Un fronte apparentemente granitico: multinazionali, ong ambientaliste (The Nature Conservancy, Earthworm Foundation) e un’organizzazione non profit che da anni prova a dettare l’agenda della sostenibilità in campo. Tutti insieme, per rigenerare i suoli. Ma dopo decenni di proclami e certificazioni, il suolo continua a degradarsi. C’è da chiedersi se questo ennesimo sigillo verde segni un punto di svolta o sia soltanto l’ultima variazione sul tema.
Il fronte unito
Il Regenerating Together Programme arriva dopo più di quattro anni di lavoro, con progetti pilota in 23 sistemi produttivi e 25 paesi. Non è un’improvvisazione. La SAI Platform, che oggi conta oltre 190 membri lungo l’intera catena del valore, ha investito tempo e risorse per costruire un consenso intersettoriale. Eppure, proprio questa gestazione così lunga può essere letta in due modi: come la prova di una serietà finalmente ritrovata, oppure come il sintomo di un’industria che ha bisogno di quattro anni per mettere d’accordo i propri uffici marketing e i responsabili degli acquisti. La domanda che resta sospesa è cosa cambi davvero, adesso, rispetto a vent’anni di iniziative simili.
La verifica indipendente: il cuore del programma
La vera novità, stando all’annuncio ufficiale, sta nei protocolli di verifica. Per la prima volta, un framework del genere include linee guida per un audit di terze parti e per il benchmarking delle pratiche rigenerative lungo le filiere globali. Il programma prevede quattro passaggi: definire gli obiettivi, misurare le performance di partenza, implementare le pratiche e, appunto, far verificare il tutto da un soggetto esterno. Sulla carta, niente da eccepire. È il meccanismo che mancava per distinguere l’agricoltura rigenerativa vera dal semplice storytelling aziendale.
Ma è proprio qui che bisogna alzare lo sguardo dalla carta. Chi sarà il verificatore? Con quali poteri? Soprattutto: i colossi dell’alimentare apriranno davvero i libri contabili — non solo quelli delle emissioni, ma anche i contratti di filiera, i prezzi pagati agli agricoltori, i margini di chi produce — a un controllo indipendente? La storia recente dell’agroindustria insegna che quando si parla di certificazioni volontarie, l’indipendenza è spesso più dichiarata che praticata. I revisori sono scelti e pagati dal controllato, e il conflitto d’interessi è strutturale. Se il Regenerating Together Programme non scioglie questo nodo, il suo cuore resterà un organo senz’aria.
Chi vince e chi perde
Mentre gli amministratori delegati applaudono, gli agricoltori osservano con scetticismo. Non perché siano contrari all’agricoltura rigenerativa — molti la praticano da sempre, con o senza certificazioni — ma perché sanno che ogni nuova etichetta porta con sé oneri aggiuntivi: pratiche da documentare, parcelle da pagare, ispezioni da subire. Il programma promette di offrire soluzioni pratiche per filiere resilienti, ma tace su chi finanzierà la transizione nei campi. La dichiarazione d’intenti menziona aziende e organizzazioni ambientaliste, non un euro di sostegno diretto ai produttori primari. Così il rischio è che il costo della rigenerazione venga scaricato su chi già lotta con redditività bassissime, mentre i marchi della grande distribuzione incassano il vantaggio reputazionale.
D’altra parte, per le aziende coinvolte, il ritorno è immediato. Poter dichiarare che il grano del proprio biscotto proviene da filiere verificate rigenerative, in un mercato dove i consumatori sono sempre più sensibili ai claim ambientali, ha un valore commerciale tangibile. Non a caso, tra i firmatari figurano Nestlé e Diageo, due società che hanno fatto della sostenibilità un pilastro della comunicazione. Il paradosso è evidente: se il programma premia chi ha le spalle più larghe e lascia indietro chi produce, forse rigenererà le reputazioni, ma difficilmente i suoli.
Il Regenerating Together Programme è un passo necessario, perché senza standard condivisi l’agricoltura rigenerativa resta una promessa senza fondamenta. Ma senza meccanismi di equità per chi sta nei campi, rischia di diventare l’ennesima etichetta vuota. La prossima mossa spetta ai governi? Forse sì, perché quando sono le imprese a scriversi le regole da sole, anche la migliore verifica indipendente può assomigliare a un vigile pagato dall’automobilista.




