Il Piano di adattamento climatico è senza fondi, mentre i danni crescono.
A inizio ottobre 2026 il conto dell’estate climatica è già scritto: solo per i danni delle due alluvioni che nel 2023 hanno colpito Romagna e Toscana, l’Italia ha speso 11 miliardi di euro, una cifra pari a oltre un terzo della legge di bilancio 2024. Il Piano Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, il Pnacc adottato quasi tre anni fa, è rimasto invece senza un euro dedicato. E intanto, secondo i dati sull’estate climatica 2026 raccolti da Legambiente, il Lago di Iseo ha perso in soli 42 giorni più del 79% del volume invasato. Due numeri che raccontano un paradosso: paghiamo i danni, non la prevenzione.
La scatola vuota del Pnacc
Il problema non è tecnico, è politico. Il Pnacc è lo strumento che l’Italia si è data per adattarsi ai cambiamenti climatici. Ma a quasi tre anni dall’adozione, come è stato ricostruito lo scorso agosto, il Pnacc è rimasto una scatola vuota priva di finanziamenti dedicati. Non un piano bocciato dalla scienza, non una lacuna normativa: un atto che nessuno ha riempito di risorse. La differenza tra un annuncio politico e un atto vincolante passa proprio da lì: dai soldi che ci metti dentro.
La contraddizione è tutta nei numeri. Da una parte, 11 miliardi già usciti dalle casse pubbliche per riparare i danni di eventi avvenuti tre anni fa; dall’altra, uno strumento pensato per ridurre il costo del prossimo evento, rimasto a secco. Non manca la conoscenza. Manca la scelta di finanziarla. E qui la domanda diventa scomoda: perché non destinare risorse a ciò che potrebbe abbassare il prossimo conto? La risposta non può che arrivare dai numeri di quest’estate.
L’estate dei record: laghi, Mediterraneo, città
I numeri dell’estate appena trascorsa dicono una cosa semplice: l’emergenza non è più un rischio futuro, ma una condizione presente. Secondo Legambiente, nei soli mesi di maggio, giugno e luglio 2026 il Mediterraneo ha già raggiunto una media di 23,5 °C. E secondo il LaMMA-CNR, quello del 2026 è stato il luglio più caldo dal 1993, con una temperatura marina superficiale media di circa 27 °C. Non è un picco isolato: il 79% del Mediterraneo ha sperimentato per almeno un giorno un’ondata di calore marina “forte” o superiore, come rileva il Cnr.
Sulla terraferma il quadro è altrettanto netto. Nel 2025, Bari ha registrato 116 notti tropicali, in crescita rispetto alle 101 notti rilevate dall’Istat nel 2023. Secondo Legambiente, la temperatura media della città è aumentata di 2,15 °C dal 1960 a oggi. E nel quartiere San Paolo, su 35 punti monitorati tra servizi pubblici, scuole, aree verdi e infrastrutture, il 63% è risultato direttamente esposto al sole nelle ore più calde della giornata. Questi numeri non sono statistiche astratte: hanno un volto preciso, fatto di quartieri e persone esposte al calore estremo.
Chi paga, chi perde
Il volto è quello di chi vive nelle aree più calde dei capoluoghi di Regione. Secondo un report di Greenpeace diffuso a giugno, l’87% degli abitanti dei capoluoghi di Regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime estive supera i 40 °C. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i 5 anni e 1,1 milioni di persone sopra i 74 anni. Nel frattempo il divario di risorse resta grande: come emergeva a settembre, l’Unione europea destina 29 miliardi di euro all’adattamento climatico, mentre gli Stati membri ne spendono 45 all’anno per siccità, ondate di calore, alluvioni e incendi. E secondo uno studio della Commissione europea, il fabbisogno è di circa 70 miliardi all’anno fino al 2050. La domanda resta aperta: chi finanzierà davvero l’adattamento, e cosa succederà la prossima estate a chi vive in queste aree?
Il Pnacc è sulla carta dal 2023, ma il clima non aspetta le leggi di bilancio. Resta da capire cosa succederà ora a chi vive nei quartieri più esposti e se il prossimo conto climatico troverà il piano ancora vuoto.




