Piano 2021: ripristinare 191.000 acri, ma nel 2006-2020 persi 16.000 acri di fanerogame.

Vent’anni di piani, stessi buchi nell’acqua

Il Fisheries Reform Act, adottato nella legge della Carolina del Nord nel 1997, impone al Department of Environmental Quality di sviluppare Coastal Habitat Protection Plan per gli habitat ittici critici. Il primo CHPP è arrivato nel 2005; il piano base attuale è stato approvato nel 2016 e modificato nel 2021. La base formale, però, era già stata posta nel dicembre 2004, quando le commissioni Marine Fisheries, Environmental Management e Coastal Resources avevano adottato all’unanimità il North Carolina Coastal Habitat Protection Plan. Nel novembre 2021 lo stesso terzetto di commissioni ha approvato l’emendamento, a dicembre è arrivata l’approvazione del Department of Environmental Quality e a gennaio 2022 la trasmissione alla General Assembly.

La cadenza quinquennale non è mai mancata. Nel 2021 la General Assembly ha ordinato uno studio legislativo che ha imposto l’analisi di tredici specie ittiche, inclusi il loro stato di salute e l’estensione dell’habitat necessario. Già nell’agosto 2020, settanta partecipanti tra agenzie statali e federali, organizzazioni non governative e accademia avevano preso parte a tre workshop tecnici virtuali sulle zone umide costiere. Non si può dire che il tema sia assente dalle agende istituzionali. Si può dire, però, che la stabilità amministrativa non ha prodotto risultati misurabili.

Il conto della scomparsa

La Carolina del Nord possiede la maggiore estensione di habitat di fanerogame marine lungo la costa atlantica degli Stati Uniti. Eppure i suoi estuari hanno perso circa 16.000 acri di praterie di fanerogame marine tra il 2006 e il 2020: un calo del 16%. Il piano del 2021 indicava una direzione molto diversa: il ripristino della vegetazione acquatica sommersa su 191.000 acri lungo tutta la costa. Non un taglio, un ripristino. La direzione dichiarata e la direzione reale non coincidono.

Il declino non è solo un problema ambientale: è un problema economico. Una ricerca pubblicata a maggio 2021 ha stimato che una perdita annua dello 0,5% di vegetazione acquatica sommersa nel decennio successivo genererebbe perdite economiche totali di 8,6 milioni di dollari (in dollari 2019). Se la perdita accelerasse al 5% annuo, il conto salirebbe a 88,7 milioni di dollari. Tra i due scenari c’è una differenza di circa ottanta milioni: il costo dell’inazione cresce con la velocità del declino.

Il piano non mette questi numeri in prima pagina. Li tiene sullo sfondo, come un allegato tecnico. Ma sono proprio loro a smascherare il divario tra l’obiettivo dichiarato e la realtà. Resta aperta la domanda: se la perdita accelera, chi pagherà il conto?

Il 2026 può invertire la rotta?

Arriviamo così alla bozza di emendamento 2026, sviluppata dallo staff del DEQ e revisionata dal CHPP Steering Committee. Già nel piano del 2021, tra le azioni suggerite figuravano l’uso di nuove tecnologie per mappare le zone umide costiere e l’aumento dell’educazione dei proprietari terrieri locali sulle strategie di gestione dei bacini idrografici basate sulla natura. Sono strumenti utili, e nessuno dovrebbe disprezzarli. Ma bastano a fermare un declino che i piani precedenti non hanno nemmeno rallentato?

La protezione degli habitat costieri della Carolina del Nord è bloccata tra documenti che si aggiornano e risorse che continuano a sparire. L’emendamento 2026 non è la soluzione. È il prossimo test di credibilità.