La variabilità delle rinnovabili non è il problema: la rete dell’ASEAN taglia solare per mancanza di flessibilità e accumulo

Secondo Ember, nei modelli climatici più estremi per il 2030, la produzione eolica e solare dell’ASEAN varierebbe meno dell’1% rispetto alla produzione normale. Eppure, nel 2020, la regione ha dovuto tagliare circa 405 GWh di solare per la limitata flessibilità della rete e la scarsità di accumulo, al costo di circa 26 milioni di dollari. Il problema non è il sole: è la rete che non sa accoglierlo. È la lettura che emerge dall’analisi pubblicata da CleanTechnica lo scorso luglio, basata su dati di Ember.

Dietro quel dato c’è una regione che continua a guardare al carbone come àncora di affidabilità. I numeri raccontano però un’altra storia.

Il mito della variabilità

L’analisi di Ember non lascia molto spazio all’interpretazione: anche negli scenari climatici più estremi del 2030, la generazione eolica e solare varierà meno dell’1% rispetto alla produzione normale. Non è una previsione ottimistica, è il risultato di modelli che spingono le condizioni meteo verso i casi limite. Eppure, circa il 64% della capacità elettrica installata dell’ASEAN è ancora legata ai combustibili fossili. Il cortocircuito è evidente: la variabilità delle fonti rinnovabili non è il problema, la rigidità del sistema sì. Nel 2020 la regione ha dovuto tagliare 405 GWh di solare non perché la produzione fosse eccessiva in assoluto, ma perché la rete non aveva la flessibilità e lo stoccaggio necessari per assorbirla: 26 milioni di dollari di energia persa in un anno.

Se le rinnovabili sono così stabili, perché la regione resta aggrappata al carbone?

Il carbone cresce, poi trema

Il carbone è cresciuto soprattutto in fretta. Secondo l’analisi contenuta nel Southeast Asia Energy Outlook 2026, la domanda aumenta dell’8% l’anno e la quota del carbone nel mix energetico è passata dal 20% del 2015 al 30% attuale. A prima vista sembra una scelta di affidabilità: una fonte disponibile, programmabile, concentrata in grandi impianti.

Ma la geografia sismica della regione racconta un’altra fragilità. Come osserva Ember, i sistemi elettrici dell’ASEAN affrontano due minacce distinte: lo stress climatico cronico, che erode gradualmente la produzione di fossili, idroelettrico e rinnovabili, e gli shock acuti da disastro, che possono distruggere infrastrutture di generazione e trasmissione. Il terremoto di magnitudo 7.4 che nel 2018 ha colpito la Sulawesi Centrale, in Indonesia, è un esempio da manuale: ha messo fuori uso la centrale a carbone di Panau e ha costretto alla riabilitazione di 1.192 unità di distribuzione.

L’espansione del carbone, quindi, non rende il sistema più robusto: concentra la generazione in impianti che possono fermarsi in pochi minuti di fronte a un sisma. Mentre la domanda fossile correva all’8% annuo, il sistema accumulava un’esposizione sempre maggiore a eventi che non si possono pianificare. Cosa significa per chi progetta e gestisce le reti oggi?

La scommessa da 800 miliardi

La domanda non è retorica: ha un prezzo e una geografia precisa. Un collegamento pianificato da 58 megavolt-ampere con Luzon dovrebbe coprire fino al 22% del fabbisogno elettrico dell’isola entro il 2030. Non è un’opera marginale: è il genere di interconnessione che sposta elettricità laddove serve e riduce la pressione sui sistemi locali.

«Strengthening power system resilience must be at the core of ASEAN’s energy transition» («Rafforzare la resilienza del sistema elettrico deve essere al centro della transizione energetica dell’ASEAN»), ha dichiarato Felix William B. Fuentebella, Philippine Senior Official on Energy leader.

Su scala più ampia, realizzare la visione dell’ASEAN Power Grid entro il 2045 richiederà, secondo la Banca Mondiale, circa 800 miliardi di dollari in investimenti in generazione e trasmissione. È il prezzo della resilienza, non un costo accessorio.

Per l’ASEAN la transizione energetica non è una questione di sole o vento, ma di reti, accumulo e interconnessioni. Chi progetta oggi sceglie tra pagare la resilienza o pagare i blackout.