Il polistirolo è caduto, ma la California farà pagare ai produttori mezzo miliardo l’anno per undici anni.
Il divieto che correva più veloce delle regole
La SB 54 era stata firmata il 30 giugno 2022, frutto di un accordo negoziato che ritirò un’iniziativa referendaria sulle plastiche dalle elezioni di novembre dello stesso anno. Dentro c’è un obiettivo ambizioso: entro il 1° gennaio 2032, almeno il 65 per cento dei materiali plastici coperti deve essere riciclato. Il compromesso era chiaro: standard elevati, ma tempi lunghi per adeguarsi. Peccato che per il polistirolo il tempo sia scaduto prima ancora che le regole generali fossero pronte.
Il risultato è un sistema a due velocità. Da un lato un divieto già operativo, scattato quando il tasso di riciclo del materiale non raggiungeva la soglia minima; dall’altro un quadro regolamentare completato soltanto in primavera. Non è un dettaglio procedurale: è la differenza tra vietare qualcosa e governarlo. E il caso del polistirolo lo mostra in modo limpido. Ma scadenze e divieti non bastano: dietro c’è un meccanismo economico che inizia a mostrare i primi numeri.
Il conto da 500 milioni all’anno (e i primi voti del riciclo)
Dietro il paradosso normativo c’è un meccanismo economico preciso. La producer responsibility organization incaricata di attuare la legge deve versare allo Stato 500 milioni di dollari ogni anno nel California Plastic Pollution Mitigation Fund, a partire dal 2027 e fino al 2037. Un flusso di denaro che si estende per undici anni consecutivi e che serve a finanziare interventi di mitigazione dell’inquinamento da plastica. Non una tantum: un impegno strutturale da mezzo miliardo l’anno, che ridefinisce chi paga per la gestione dei rifiuti da imballaggio. Qui vale la distinzione tra annuncio politico, atto vincolante e attuazione reale: il fondo esiste sulla carta, ma i versamenti inizieranno soltanto nel 2027.
I primi dati su come sta andando il riciclo arrivano dal documento pubblicato lo scorso 31 dicembre, che per la prima volta ha elencato un tasso di riciclaggio per ciascuna categoria di materiale coperto. Cartone e vetro hanno ottenuto i risultati migliori. Il dato non è meramente statistico: stabilisce chi è in regola e chi rischia di finire nella stessa situazione del polistirolo espanso. È il primo pagellino ufficiale del sistema californiano, e non tutti possono festeggiare.
Il polistirolo, appunto, è il precedente da cui guardarsi. Dal 1° gennaio 2025 la vendita e la distribuzione di stoviglie in EPS sono vietate perché i produttori non hanno dimostrato il tasso di riciclo del 25 per cento richiesto. I produttori non possono vendere, offrire, distribuire o importare contenitori da asporto e bicchieri in EPS in California. A perdere sono i produttori di polistirolo, rimasti fuori dal mercato californiano; a guadagnare, per ora, sono le filiere del cartone e del vetro, che hanno già i voti migliori. Ma chi gestirà questo flusso di denaro e di verifiche? Il quadro competitivo solleva più di un dubbio.
Un unico controllore, due Stati in attesa
Il denaro c’è, i target pure. Ma chi implementa davvero? Secondo la guida 2025 sulla conformità EPR, Circular Action Alliance è l’unica organizzazione approvata per implementare le leggi EPR per carta e imballaggi in California, Colorado, Oregon, Minnesota e Maryland. Maine e Washington non hanno ancora selezionato un PRO designato. C’è però una sfumatura: secondo la stessa Circular Action Alliance, l’organizzazione opera come PRO unico in sei Stati, Washington compreso. Con un solo PRO a controllare cinque Stati e due ancora senza regista, la domanda resta aperta: chi risponderà se il 65 per cento di riciclo al 2032 resterà un miraggio?




